venerdì 1 luglio 2016

GENITORI E FIGLI. My two cents.




Penso che una delle cose più importanti per “essere” e “fare” bene la mamma o il papà sia distinguere la funzione dalla relazione.
La funzione di genitore varia, dipende dalle circostanze e dalle esigenze specifiche di ognuno, è più intensa nei primi anni di vita, si modifica con il passare degli anni, successivamente diminuisce e infine -gradualmente- termina.
Anche la relazione tra genitore e figlio si modifica nel tempo, conosce momenti più e meno intensi, forme diverse per esprimersi, ma -se sana e “fluida”- non termina mai, diventa una relazione tra adulti arricchita dall’affetto reciproco, unico nel suo genere, che di solito la caratterizza.
Per un certo numero di anni le due componenti (funzione genitoriale e relazione d’affetto) convivono, si intrecciano, si sovrappongono, si alimentano e a volte si intralciano a vicenda. Mano a mano che la funzione inizia diminuire, diventa sempre più importante riuscire tenere distinte le due componenti: se restano intrecciate l’una uccide l’altra.
Da parte del genitore, l’incapacità di smettere di esercitare una funzione non più necessaria o richiesta rivela la paura che venendo meno la funzione verrà meno anche la relazione; è vero invece piuttosto il contrario: sarà proprio l’“eccesso” di funzione genitoriale a danneggiare la relazione d’affetto, finendo per soffocarla.
Da parte del figlio, l’incapacità di prendersi gradualmente la responsabilità delle proprie scelte finisce per spingerlo a continuare ad esigere dal genitore l’esercizio della funzione di garanzia, rinunciando ad esercitare quell’autonomia decisionale, assumendone le conseguenze, che sola può condurlo allo stato di adulto e a salvaguardare –da adulto- la relazione d’affetto.
Le modalità per passare dall’esercizio delle funzioni genitoriali alla rinuncia ad esercitarle possono essere estremamente variabili e variamente graduate, purché si faccia strada con sempre maggiore lucidità la sostanziale differenza tra l’essere genitore e svolgerne le funzioni.

lunedì 27 giugno 2016

DEMOCRAZIA DIRETTA? ANCHE NO.

So che va di moda il contrario, ma -a costo di sembrare blasfemo- vorrei dire che a me la democrazia diretta non piace per niente.

Non mi sembra una conquista, anzi.

Il referendum consente agli elettori di pronunciarsi senza alcun intermediario su un tema specifico in forma secca e polarizzata: si o no. La democrazia diretta non solo esclude ogni delega rappresentativa, ma -con essa-  esclude la possibilità stessa di ogni mediazione. Quale che sia la complessità del problema esso deve necessariamente essere ridotto ad un si o ad un no.

Ecco, appunto, io invece l’intermediario lo voglio: ne ho bisogno perché le mie competenze sono (assai) ridotte e perché mediare le soluzioni ai problemi politici è un lavoro impegnativo e non è il mio.

L’intermediazione serve proprio a far sì che la competenza nel merito e la capacità di mediazione svolgano la loro funzione. So bene che ogni intermediazione e ogni delega comporta rischi e può essere insoddisfacente (sia sul versante della competenza che su quello della mediazione), ma se una funzione è difettosa va ridefinita, non annullata. Se il medico che mi cura non mi dà fiducia cambio medico, non faccio decidere al condominio la mia diagnosi e la mia terapia.

La  scelta migliore non è garantita dal numero dei consensi, ma dalla competenza nel merito e dalla capacità di mediazione fra le diverse prospettive. E poi davvero tutte le scelte si possono ridurre ad un si o ad un no? E se il numero dei consensi fosse garanzia di una buona scelta, perché allora non far decidere a un referendum se l’imputato in un processo è colpevole o innocente, o quale intervento chirurgico sia il migliore per un malato o a chi far guidare l’aereo su cui si sta per partire?

Se una questione è complessa, complessa deve essere la risposta e una risposta complessa esige competenze, approfondimenti, tempi per le necessarie mediazioni.

Senza competenza e mediazione le scelte saranno inevitabilmente figlie della paura e della rabbia, cioè dei due sentimenti più facili da condizionare.

La condizionabilità è inversamente proporzionale alla competenza. Le persone non competenti nel merito sceglieranno necessariamente in base a simpatie/antipatie o a convinzioni superficiali indotte e la loro influenzabilità  favorirà chi ha maggiori strumenti e mezzi economici per guidare il condizionamento.

Sono anch’io -senza riserve- per la partecipazione attiva e diretta dei cittadini alla vita politica e alla costruzione del consenso sulle scelte, ma non credo affatto che maggiore partecipazione significhi decidere tutti su tutto a colpi di si e di no; partecipazione è aumentare il livello di consapevolezza di un numero sempre maggiore di persone, comprendere la complessità delle questioni e valorizzare le competenze di ognuno. Altrimenti è come giocare alla roulette russa.

sabato 11 giugno 2016

SOGNARE E GOVERNARE


In campagna elettorale si gioca a chi il sogno ce l'ha più grande.
Governare significa invece mediare quotidianamente fra interessi divergenti anche se legittimi; tutelare i più deboli senza demonizzare gli altri; essere capaci di comporre e non acuire i conflitti sociali.
Governare significa affrontare la complessità e accettare il prezzo delle inevitabili approssimazioni senza cedere alla tentazione di semplificarla in contrapposizioni banali e inutili.
Governare è tutta un'altra storia.

sabato 14 maggio 2016

NULLA DI NUOVO?





Sfoglio le prime pagine dei giornali:

-      a Roma i candidati sindaco si sono ridotti a quattro;

-      lo “staff di Grillo” sospende il sindaco di Parma;

-      gli afghani fermati a Bari vengono rilasciati perché non erano terroristi;

-      a Cannes, come ogni maggio da settant’anni, srotolano il tappeto rosso in attesa di capolavori veri o presunti.

Sembro troppo vecchio e cinico se dico che non ci trovo nulla di nuovo? Che mi sembrano vecchi fotogrammi di film già visti?

A Bagdad tre autobombe dell'Isis hanno ucciso almeno 90 persone e ne hanno ferite gravemente 140, ma siamo lontanissimi da Parigi e scrivere “Je suis Bagdad” suonerebbe scontato e polemico.

Vorrei assistere a sfide nuove di grande respiro, invidiare gioventù che rincorre ideali esagerati e progetti improbabili; vorrei vedere giovani che non si sentano già vecchi piuttosto che anziani che fingono di essere giovani.

Mi viene il sospetto che quando si dice che l’Europa è un continente vecchio non sia solo una questione demografica, ma si tratti di una sorta stanchezza culturale, di rifiuto del rischio, di coazione a ripetere schemi già percorsi.

I sintomi della fine degli imperi sono ben noti: proliferazione della burocrazia, autocelebrazione compiaciuta, sazietà fisica e morale, crisi demografica… forse nella Roma nel quinto secolo passavano troppo tempo a discutere sugli ultimi modelli di biga e a rimpiangere i bei tempi andati per accorgersi che i “barbari” erano giovani, forti e pieni di vita….

lunedì 9 maggio 2016

LA REGOLA DEL GIOCO


“Arduino si rese conto che ricordava solo una parte degli ottantuno anni che aveva vissuto, una piccola parte (e non era affatto sicuro di ricordarsela bene).
E
... il resto? Tutte quelle giornate, i mesi, gli anni che erano passati senza lasciare un segno? Se non li ricordava lui che li aveva vissuti, di certo non li avrebbe ricordati nessun altro. E quando lui sarebbe morto, anche i suoi ricordi sarebbero scomparsi.

E cosa ne è di ciò che nessuno ormai ricorda più? Come per tutti, dopo aver ingoiato innumerevoli storie, sentimenti un tempo appassionati e pulsanti, ricordi intensi e speranze incompiute, l’oblìo avrebbe presto risucchiato anche la sua vita, senza lasciare residui.
Questa consapevolezza, tuttavia, gli apparve naturale e saggia e non gli procurò né ansia, né sofferenza.


La sua vita, i suoi sentimenti, i suoi ricordi valevano dunque esattamente quello che per lui avevano significato: il fatto che ben presto sarebbero stati dimenticati nulla toglieva al loro valore, né impoveriva lui in alcun modo. Così era: senza residui.
Perché considerare la consapevolezza delle regole del gioco una cattiva notizia?”



domenica 8 maggio 2016

FESTA DELLA MAMMA


La mia è già un po’ che non c’è più, e allora (sono sicuro che non sarà gelosa) ne ho scelta un’altra per farle gli auguri.

Ho scelto questa
...mamma senza nome, su una strada senza meta.

Voglio augurarle di incontrare persone che non si nascondano dietro le parole e non abbiano paura di aprirle la porta e le braccia.


Voglio augurarle di trovare un posto sicuro dove crescere suo figlio, dove invecchiare lentamente e raccontargli mille volte la storia di quell’inverno sulle montagne.


Voglio augurarle di avere fortuna pari alla metà del suo coraggio: basterà.



mercoledì 30 marzo 2016

DIMENSIONE PARALLELA



La prima domanda allo sportello è stata: “è la prima volta?” e “si”, per me era la prima volta.
E dopo un paio d’ore di attesa, discorsi surreali che ho ascoltato anche se non avrei voluto, richieste del tipo “lei chi è per lui?”, “attenda allo sportello 5 per il controllo biometrico”, “questo è il suo numero di identificazione: non lo dimentichi”… la moto lasciata per strada e il mondo quotidiano mi sono sembrati lontanissimi e -a quel punto- mi è apparso normale anche lo “svuoti le tasche nell’armadietto e ci metta anche la cinta e la cravatta”, e “digiti qui il suo codice e inserisca la mano per il riconoscimento”. Poi il portone di ferro, le feritoie con il vetro spesso e verdastro e, alla fine, la sala colloqui richiusa con la chiave da venti centimetri presa in prestito da un film americano.
Una mattinata in carcere per riabbracciare finalmente un ragazzo di poco più di vent’anni partito dall’Afghanistan per sfuggire ai talebani e rinchiuso ora in carcere a Roma per un reato che non ha neppure capito in cosa consista e costretto ad essere chiamato con un nome che non è il suo.
Gli hanno rubato l’identità, la libertà e lo trattano come un criminale, però gli danno da mangiare e il pomeriggio può anche giocare un po’ a pallone: io l’avrei presa molto peggio. Lui è più saggio: considera quanto gli accade solo un incidente di percorso e continua ad aspettare quella vita migliore che la forza dei suoi ventitré anni gli fa considerare certa e imminente.
Abbiamo anche parlato di avvocati, istanze, sentenze e ricorsi, ma il suo modo di reagire mi ha convinto che la vita in carcere è una sorta di dimensione parallela in cui il tempo è sospeso e la realtà esterna appare più o meno come una fiction di media qualità, in cui le cose accadono ma poi -spento il telecomando- la situazione rimane immutata.
Gli ho chiesto se desiderava o aveva bisogno di qualcosa. Vorrebbe un po’ di semi di zucca: “bruscolini” li chiamiamo a Roma e mi è sembrata una inconsapevole metafora.