domenica 24 gennaio 2016

OTTANTOTTO TASTI


Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano? I tasti finiscono! Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti loro. Tu sei infinito. E dentro quegli 88 tasti, la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace. In questo posso vivere. Ma se davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti... milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai... E questa è la verità... che non finiscono mai. Quella tastiera è infinita. Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato. Quello è il pianoforte su cui suona Dio..."
(QUI)
(“Leggenda del pianista sull’oceano”, film di G.Tornatore, 1998)

Forse è il caso di ridefinire la tastiera: ognuno la sua
Ridefinire i confini di ciò che davvero ci interessa, di ciò che davvero riteniamo importante e suonare quello che possiamo e sappiamo sui nostri 88 tasti. Selezioniamo noi con cura la musica da ascoltare perché molta è solo rumore di fondo.

mercoledì 6 gennaio 2016

LA RINUNCIA ALLA COMMOZIONE

Non ci si può commuovere sempre.
La commozione è come la tenerezza: l’abitudine la uccide.
Quando -poco più di un anno fa- l’ostaggio americano Peter Kassig fu sgozzato da Jihadi John, il boia dell’Isis, ci commuovemmo, restammo inorriditi dal video, colpiti dalle foto della moglie e del figlio; quando -pochi giorni fa- il nuovo boia Siddartha Dhar ha sparato in testa a cinque “spie” inglesi ci siamo interrogati su quanto il suo accento imitasse quello di Jihadi John e Cameron ha liquidato il fatto come “roba da disperati”… non ci siamo neanche chiesti chi erano le cinque vittime. Non ci si può commuovere sempre.
Quando - solo quattro mesi fa- la foto del piccolo Aylan sulla spiaggia di Bodrum ci tolse il sonno, ci commuovemmo fino alle lacrime; addirittura  Angela Merkel si commosse tanto da spalancare le porte della Germania ai siriani in fuga. Oggi siamo in grado di digerire un paio di barconi al giorno e bambini annegati a grappoli tra un panettone e un pandoro. Non ci si può commuovere sempre.
E’ normale. Certo che è normale.
Non è che siamo diventati insensibili… solo che per commuoverci abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo. Che ne so… un gattino zoppo sul gommone? Un peluche sporco di sangue? Un boia che uccida stando in equilibrio su uno sgabello?
E ora che non ci commuoviamo più per così poco, cosa siamo diventati?
Più adulti? più razionali? più pragmatici?
Liberati dall’impiccio infantile della commozione,  siamo ora in grado di affrontare i problemi con maggiore determinazione ed efficacia?
Con cosa l’abbiamo sostituita la nostra capacità di commuoverci? Probabilmente con la capacità di annoiarci. Perché la commozione fine a se stessa non ha senso, lo acquista solo se funziona da detonatore, se spinge a reagire, se evolve in analisi, se innesca scelte, azioni concrete e cambiamenti.
Se non succede muore, come una carezza stanca uccide la tenerezza.

E’ vero, non ci si può commuovere sempre, ma di abitudine si può anche morire.

venerdì 25 dicembre 2015

ALLATTARE ATTRAVERSO LA RETE


Non tutte le mamme riescono ad allattare come vorrebbero, probabilmente anche quella di Betlemme avrebbe preferito qualcosa di meglio.
Ma ovunque e comunque non c'è gesto più bello e più efficace dell'allattare per percepire la vita che letteralmente "scorre" da una persona all'altra, fosse pure in un campo profughi attraverso una rete.
La vita, a volte, riesce a fregarsene anche delle reti.
Che c'è di più natalizio?

domenica 13 dicembre 2015

PUZZLE

Come in un puzzle, le informazioni isolate non sono decodificabili, solo collegandosi alle altre acquistano gradualmente un senso e diventano leggibili. Facciamo tutti fatica a comprendere cosa sta accadendo intorno a noi e che piega stanno prendendo le cose, ma per capire la nostra società, le dinamiche dell’economia, gli eventi politici -insomma la storia che stiamo vivendo- non è sufficiente aumentare la quantità delle informazioni, anzi il moltiplicarsi dei dati rischia di complicare le cose: le notizie e i commenti si sovrappongono, si contraddicono, si mescolano in un caos scoraggiante.
Bisogna piuttosto imparare a selezionare le informazioni che abbiamo e soprattutto a cogliere il loro senso, il filo logico che le collega e le ordina attenti a non cadere nella tentazione di far dire alle cose quello che abbiamo già deciso che debbano dire. Il sentiero che si snoda tra la presunzione di avere già la risposta per ogni domanda e la rinuncia a cercare una risposta sensata è un sentiero stretto e scomodo.
Eppure solo su questo accidentato sentiero possiamo cercare il significato degli eventi e di identificare i rapporti di causa ed effetto che li legano; un sentiero da percorrere con determinazione ignorando le roboanti affermazioni di chi ha solo certezze e la chiacchiera sterile di chi ha solo dubbi.  
Scriveva Georges Perec, nel suo “La vita, istruzioni per l'uso” che “Non sono gli elementi a determinare l'insieme, ma l'insieme a determinare gli elementi”: è in questo “insieme” il significato che dobbiamo intuire senza perderci nella frammentazione dei singoli fatti e -al tempo stesso- senza poterne prescindere del tutto.

E’ difficile, ma raccattare slogan e luoghi comuni non è entusiasmante (e non porta da nessuna parte). 

domenica 6 dicembre 2015

FAVOLOSO SOGGETTO PER UNA FICTION

Quando, alcuni anni fa, ho letto  “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini non credo di essere il solo ad aver pianto. Chi l’ha letto non può dimenticare l’amicizia profonda tra Amir e Hassan, i loro giochi d’infanzia in una Kabul ancora “normale” spazzati via da guerre e violenze, la naturale simmetria del rapporto tra due bambini prima incrinata e poi distrutta dall’esplosione del conflitto tra Pashtun e Hazara, tra sunniti e sciiti.
Quella lettura mi ha introdotto allo scenario afghano, mi ha dato le prime coordinate di un paese del quale in seguito ho appreso molto altro soprattutto dalla viva voce dei protagonisti costretti a fuggire da un paese che amavano e che amano ancora.

Immaginate ora, come se fosse una fiction “surreale”, una storia che parte da quello scenario.

Metti che un ragazzo di diciassette anni decida di cercare protezione all’estero pensando -come molti altri- di andare in Svezia senza avere la minima idea di dove fosse, solo perché gli hanno detto che lì accolgono i rifugiati.
Metti che attraversi fortunosamente Pakistan, Iran e Turchia e arrivi in Grecia, dove qualcuno gli proponga di organizzargli il viaggio fino in Svezia con tanto di documento intestato a “Paperino” e biglietto aereo con scalo in Italia.
Metti che nello scalo gli prendano le impronte digitali, gli ritirino il documento e lo lascino al suo destino.
Metti che la forza dei diciassette anni lo spinga comunque a continuare il viaggio anche senza aereo e senza documento e che riesca ad arrivare in nord Europa dove chiede protezione internazionale.
Metti che lo parcheggino in vari centri di accoglienza rimbalzandolo per cinque anni fra il mare del nord e il circolo polare per poi dirgli che no, la politica dell’accoglienza è cambiata e che la sua richiesta di asilo è rifiutata.
Metti che il ragazzo, ormai ventiduenne, decida allora di provare a chiedere asilo in Italia e riparta verso sud per arrivare a Roma dove, verificate le sue impronte, lo arrestano immediatamente spiegandogli che il suo nome non è il suo nome, che lui si chiama “Paperino” e che “Paperino” è stato condannato cinque anni prima per “possesso di documenti falsi”.
Metti che con il nome di “Paperino”, senza l’assistenza né di un legale né di un interprete, venga sbattuto dentro con una condanna a venticinque mesi non riuscendo a capire perché continuino a chiamarlo Paperino e che solo dopo un anno parenti ed amici (che per pagare l’avvocato si vendono anche l’anima) riescano ad ottenere che continui a scontare la pena ai domiciliari potendo uscire solo dalle 10 alle 12.
Metti che una mattina alle 9,50 “Paperino” esca per a buttare la spazzatura nel cassonetto di fronte al portone e rientrando a casa venga fermato per un controllo da una pattuglia della polizia di passaggio.
Metti che “Paperino” venga denunciato per “evasione” e che uno zelante magistrato gli revochi i domiciliari.
Metti che stasera “Paperino” dorma rinchiuso nel carcere di Rebibbia continuando a non capire cosa ha fatto di male e perché nessuno lo chiami col suo nome.
Metti che non è una fiction.

[Uno dei miei figli ha la stessa età di Paperino e non riesco a non immaginare come mi sentirei se fosse lui ad essere rinchiuso a Rebibbia, chiamato con un nome che non è il suo e senza nessuna possibilità di spiegare che non ha fatto niente di male. Mi sentirei come mi sento stasera.]

domenica 29 novembre 2015

PAURA e SUGGESTIONE

Polizia raddoppiata, agenti armati all’ingresso della metropolitana, blindati agli incroci. E poi i controlli, concentrati sulle persone dall’aspetto mediorientale, sulle donne che portano il velo, su chi ha la pelle più scura di quella degli indigeni (in questo caso gli italiani).
Comprensibile? Sì, emotivamente comprensibile.
Utile? Sì, utile a rassicurare chi vuole sentirsi rassicurato. Un po’ meno utile se riflettiamo sulla oggettiva impossibilità di controllare tutto e tutti e sul fatto che se qualcuno volesse davvero organizzare un attentato non si fermerebbe certo per qualche controllo in più.
E’ normale che, dopo i fatti di Parigi, siano stati disposti maggiori controlli: li esige la paura, li offre chi deve e vuole rassicurare chi ha paura.
Un po’ meno normale la prevedibile semplificazione della risposta, la scorciatoia del ragionamento che appare calibrato più sulla pancia di chi ha paura che sull’analisi dei dati. Davvero pensiamo che l’abbigliamento e il colore della pelle siano indicatori di maggior rischio? Coloro che organizzano attentati sono pericolosi criminali, ma non sono ingenui e sprovveduti. Che problema avrebbero ad affidare il trasporto di armi a un ragazzo biondo con gli occhi azzurri visto che la polizia ferma solo quelli olivastri con gli occhi neri?
Cercando di andare oltre la suggestione degli ultimi fatti, siamo sicuri che i dati oggettivi sul terrorismo confermino le “certezze” che crediamo di avere? I più recenti avvenimenti hanno lasciato a molti la convinzione che il terrorismo sia prevalentemente di matrice religiosa (in particolare islamica), che sia focalizzato sulla distruzione della cultura occidentale (cristiana?), che sia il pericolo più grave che corriamo per la nostra incolumità. Sicuri che le cose stiano davvero così?
Un articolo di Filippo Petrocelli [http://goo.gl/GPrPNw] riporta dati interessanti tratti dal Global Terrorism Index, che smentiscono tutte e tre le convinzioni appena ricordate.
Nel 2013 ci sono stati 10.000 attentati con circa 18.000 vittime, il 61% di più del 2012.
Un fenomeno in crescita ma molto più circoscritto di quanto si rappresenti sui mezzi di informazione. Delle circa 18.000 vittime infatti, almeno 15.000 sono perite in cinque paesi: Iraq, Siria, Nigeria, Afganistan e Pakistan. Sono paesi a stragrande maggioranza musulmana e le prime vittime dei terroristi non sono i cristiani, né le minoranze etnico-religiose dell’area mediorientale, piuttosto sono i musulmani, almeno nell’82% dei casi.
Non esiste insomma uno scontro di civiltà ma piuttosto un attacco disperato di una minoranza che sfrutta la religione a proprio vantaggio e agisce contro la propria comunità di riferimento. Insomma se mai dovesse esserci qualcuno che teme per la propria incolumità, questi dovrebbero essere i musulmani stessi, di gran lunga le prime vittime di questo fenomeno nefasto
.”
Gli attentati nei paesi occidentali (area OCSE) sono meno del 5% ma, pur avendo causato un numero basso di vittime, sono riusciti e stanno riuscendo a diffondere insicurezza e instabilità soprattutto nell’immaginario, contagiandoci con il morbo della paura.
Parlare alla “pancia” delle persone è la forza dei terroristi, di ieri come di oggi.
Avere paura è comprensibile, ma ricordiamoci che più noi abbiamo paura, più loro hanno vinto.
E’ su questo piano che dobbiamo batterli. La moltiplicazione ostentata di mitragliette ed autoblindo rappresenta più il simbolo della loro vittoria che la misura della nostra sicurezza.
La paura si vince più con la ragione che con la forza.

mercoledì 25 novembre 2015

ISLAM

Ho studiato un po’ l’Islam, la sua storia e la sua teologia.
Conosco la differenza tra sunniti e sciiti e ho visitato diversi paesi musulmani apprezzandone la cultura e l’arte, ma non mi sognerei mai di affermare di conoscere bene l’Islam e tanto meno di esprimere giudizi su convinzioni religiose che non ho mai vissuto.
Non mi sognerei mai di tranciare giudizi come vedo fare con criminale superficialità in televisione, sui giornali e sui social, da personaggi che non hanno la minima idea di cosa stanno parlando.
L’evoluzione dell’Islam, come quella di tutte le religioni, è complessa e non priva di contraddizioni.
Come potrebbe non essere complessa l’evoluzione di una convinzione nell’arco di 1.400 anni che attualmente coinvolge un miliardo e mezzo di persone distribuite in tutto il mondo?
E’ forse meno complessa e meno priva di differenze e contraddizioni l’evoluzione del cristianesimo?
Di fronte a questioni che riguardano convinzioni profonde di miliardi di persone, non sarebbe quanto meno prudente evitare affermazioni saccenti, semplificazioni ridicole, generalizzazioni da osteria?
Persone che hanno letto dieci righe della Fallaci, visto qualche foto su internet e ascoltato un paio di commenti fuori contesto si possono permettere di esprimere giudizi su una cultura millenaria?
Un cinese che avesse letto qualche riga di un saggio sulla mafia, visto qualche foto della periferia romana e ascoltato un comizio di Scilipoti potrebbe permettersi di esprimere un giudizio sulla cultura italiana?
Le culture, la storia, le religioni, le ideologie sono materiale delicato, infiammabile e a volte esplosivo perché riguardano le convinzioni profonde delle persone; vanno trattate (tutte) con prudenza, rispetto e attenzione.
Eviterei a maneggioni approssimativi e incoscienti di trattarle con superficialità, soprattutto davanti a una telecamera.

Altro è parlare di fatti drammatici, ricercarne le cause e reagire guidati dalla ragione, altro è attribuire paternità arbitrarie e dare per scontati rapporti di causa ed effetto che esistono solo nella testa di chi faticava anche con le tabelline (e si vede).