sabato 5 ottobre 2013

RISUCCEDERA' SICURAMENTE

Indignazione, orrore, incredulità, solidarietà, emozione, rabbia, pianto, esecrazione, sconcerto… chi non ha provato questi sentimenti in questi giorni di fronte alle notizie e alle immagini di Lampedusa ?
Sono sentimenti comprensibili, ma -appunto- solo sentimenti.
Ci sono poi i proclami: Basta! Mai più! L’Europa faccia qualcosa! Il governo faccia qualcosa! L’Onu faccia qualcosa! Dio faccia qualcosa! Insomma qualcuno faccia qualcosa perché questo non risucceda!
Comprensibili, ma -appunto- solo proclami, auspici.
Seguono le riflessioni sulle cause “profonde”: lo squilibrio nord-sud, la spinta demografica, le guerre indotte, la corruzione dei governi locali, la cooperazione tradita… Tutto vero, ma tutto così generico da confinare con gli inviti alla pace nel mondo, a rimettere l’uomo al centro, a recuperare i valori smarriti.
Indicazioni troppo “profonde”, affermazioni troppo generiche, “inafferrabili” e troppo distanti da una rigorosa analisi dei rapporti di causa-effetto dei singoli passaggi, l’unica che può portare ad interventi efficaci (sempre se qualcuno è davvero interessato a realizzarli).
E poiché non sono  i sentimenti, né gli auspici, né le analisi generiche a determinare da soli gli accadimenti, non è difficile prevedere che un evento simile risuccederà sicuramente.
Non è una previsione pessimistica, risuccederà sicuramente perché non è venuta meno nessuna delle cause -né immediate, né remote- che lo hanno prodotto.
E’ stata forse offerta a chi fugge da conflitti e persecuzioni una alternativa al barcone e allo scafista?
Sono forse mutate le condizioni di vivibilità nei campi di concentramento in  Libia?
E’ forse cambiato il regime di Isayas Afewerki in Eritrea che è al potere da vent'anni e che viola sistematicamente i diritti del suo popolo?
E’ forse cambiata la situazione assurda in cui si vive in Somalia senza legge, senza diritti e senza futuro?
E’ forse finita la guerra civile (si fa per dire) in Siria con i campi di fuga in Turchia, Giordania e Libano ormai pieni?
E chi fugge da questi inferni come potrebbe evitare di arrivare clandestino su un barcone a Lampedusa? Chiedendo forse un visto all’ambasciata italiana a Damasco (chiusa da mesi) e sbarcare pulito e profumato a Fiumicino? (Dove la polizia aeroportuale impedisce alle famiglie di rifugiati riportati in Italia da Svezia, Danimarca, Germania, per l’applicazione cieca del folle regolamento di Dublino, anche di sostare sul marciapiede durante la notte?)
Qualcuno ha proposto di rivedere -per davvero!- l’applicazione del regolamento di Dublino che obbliga i rifugiati a restare nel paese che hanno toccato per primo? (O aspettiamo che costruiscano un viadotto Mogadiscio-Amburgo per evitare l’affollamento a Lampedusa?)

Risuccederà sicuramente perché tutto è rimasto come prima.
Possiamo però sperare di soffrire un po’ di meno le prossime volte perché cominceremo a farci l’abitudine e perché i titolisti avranno ormai consumato tutti gli aggettivi.

domenica 10 marzo 2013

L'ILLUSIONE DELLA SEMPLICITA'

Quando ero piccolo leggevo Topolino e la società di Topolinia era semplice da interpretare: Topolino era il buono, Gambadilegno era il cattivo, il commissario Basettoni lo arrestava e l’equilibrio veniva ristabilito. Niente di complicato.
Non ci ho messo molto a capire che la realtà era più complessa, che tutti erano un po’ buoni e un po’ cattivi, che anche i commissari avevano i loro problemi e gli equilibri compromessi non erano sempre facili da ristabilire.
Negli anni seguenti non è stato difficile nemmeno capire che le cose da conoscere e da fare sono sempre più complesse di quanto sembrino viste da fuori o da lontano: una nuova lingua da imparare, un viaggio da organizzare, una competenza da acquisire, una procedura da studiare.
Ancora più complesse, tanto da dover ricorrere necessariamente agli “addetti”, le questioni scientifiche, tecniche, economiche e mediche con cui ci troviamo -spesso nostro malgrado- a fare i conti.
Non parliamo poi di quanto possano essere complicate le relazioni con le persone, con le altre culture, con noi stessi.
Insomma non bisogna essere geni per capire che le cose sono sempre più complesse di quanto appaiano.
Ecco perché mi stupisce vedere persone adulte e mature inseguire l’illusione della semplicità con una ingenuità che sconfina nell’infantilismo. Sempre più spesso, negli ultimi tempi, sento difendere ipotesi economiche sviluppate col pallottoliere, strategie politiche internazionali come se le variabili in gioco fossero due o tre, scenari di politiche occupazionali che non funzionerebbero neppure nel medioevo, terapie di gravi malattie basate sui prodotti dell’orto, assetti istituzionali che gli Assiri giudicherebbero primitivi.
L’unica spiegazione che trovo per giustificare questa ostinata rimozione della complessità è la paura.
La paura di non riuscire a controllare i processi, la paura che oscuri complottisti si annidino ovunque, la paura di non capire, la paura di delegare, la paura di essere fregati, la paura di non essere all’altezza.
Ma la paura, si sa, non è la migliore delle consigliere; e allora, invece di studiare ciò che è alla nostra portata, informarci e confrontare le diverse soluzioni, affidarci a chi ne sa più di noi, correre l’ineludibile rischio della delega e accettare le mediazioni inevitabili perché non tutti la pensano come noi…  preferiamo regredire all’infantile livello della negazione della complessità. Qualunque sia il problema pretendiamo che sia possibile giocarselo a pari o dispari.
Dobbiamo farci pace: è la vita che è complessa.
Far finta che non lo sia è una bugia che non aiuta a vivere bene.

lunedì 18 febbraio 2013

IL MOTORINO E LA POLITICA

Mercoledi 22 gennaio 1969 ritiravo la mia bellissima prima vespetta 50… oggi dopo oltre 44 anni che mi sposto per Roma su due ruote mi sono convinto che muoversi abitualmente nel traffico con moto e motorini non è solo questione di praticità, è una filosofia di vita.
Preciso: non è la tua filosofia di vita che ti fa usare il motorino, è l’uso del motorino che plasma –anno dopo anno- la tua filosofia di vita.
A forza di muoverti nel traffico su due ruote, finisce per cambiare il tuo modo di valutare lo spazio e il tempo e -soprattutto- il tuo approccio ai problemi.
Ecco alcune delle convinzioni filosofico/politiche indotte dall’uso quotidiano del motorino:
1. nessuna situazione è così disperata da non avere una via di uscita e vale sempre la pena provarci [niente a che vedere con chi va in macchina e di fronte a un ingorgo può solo fermarsi, imprecare  o infruttuosamente disperarsi]
2. la soluzione dei problemi è nella creatività: a volte è lo spazietto tra marciapiede e paraurti, a volte il corridoio tra le file parallele, a volte la breve escursione sul marciapiede, a volte la diagonale… [niente a che vedere con chi può solo andare avanti, indietro o fermarsi]
3. la flessibilità, la precisione e la leggerezza sono risorse preziose e risolutive: pochi centimetri fanno la differenza  tra la pozzanghera e l’asciutto, tra il giallo e il rosso del semaforo, tra il parcheggiare o il continuare a girare in cerca di un posto…
4. sei tu che fai la strada e non la strada che condiziona te: ogni percorso è una interpretazione. Puoi fare lo stesso tragitto inventando mille modi diversi… è come suonare uno spartito! [in macchina, al massimo, suoni il clacson]
5. la strada, per governarla, bisogna conoscerla da vicino: buche, avvallamenti , radici, dossi, questa è la realtà… l’asfalto liscio è una finzione da cartone animato.
Non farei fare il sindaco, il presidente di regione o il capo del governo a chi non ha mai guidato un motorino…  non mi fiderei di chi si muove solo con l’autista… (ma che ne sa di buche, pozzanghere e creatività per risolvere i problemi?)


lunedì 31 dicembre 2012

CAPI D'ANNO

"Questa vita che ti passa accanto e con le mani ti saluta e fa bye bye, questa vita un po' umida di pianto con i giorni messi male vista dall'alto sembra un treno che non finisce mai...  e adesso, mio dio, dimmi cosa devo fare se devo farla a pezzi questa mia vita oppure sedermi e guardarla passare."
("Meri Luis", Lucio Dalla, 1980)

I capodanni (e i compleanni) sono perfetti per darci la misura del tempo che passa provocandoci sentimenti contrastanti: siamo incerti se rallegrarci -come ci accadeva da bambini per la soddisfazione di sentirci più grandi e poter finalmente giocare la partita- o allarmarci per la spiacevole sensazione che sia ormai la partita a giocare noi.
Fino ad un certo punto ci viene facile considerare la vita come risultante di ciò che decidiamo, poi -anno dopo anno- appare evidente che una buona parte di ciò che ci accade non dipende affatto dalle nostre decisioni, ma dalla combinazione più o meno casuale degli eventi, delle persone che incontriamo, delle decisioni altrui. È a questo punto che sviluppiamo due atteggiamenti opposti: convincerci che non vale la pena di sforzarsi più di tanto per far andare le cose in un verso piuttosto che in un altro o convincerci che, malgrado le variabili fuori controllo, il significato delle cose lo decidiamo comunque noi.
Il primo atteggiamento è una scorciatoia sicura per la vecchiaia precoce (il club delle vittime del fato), il secondo presenta innegabili vantaggi tra i quali continuare a sperare che il futuro possa essere ragionevolmente migliore, riuscire a sorridere senza sembrare vittima di un ictus, garantirsi il diritto di lamentarsi se le cose non vanno bene, augurarsi "buon anno" senza che sembri una battuta di cattivo gusto.
Buon anno, dunque, con l’augurio a tutti di far parte del secondo gruppo.

domenica 9 dicembre 2012

SE LA CRISI NON PASSA

Egitto, 1080 avanti Cristo, regno di Ramses III.

La crisi è evidente: il paese soffre di una gravissima situazione economica che porta all'inflazione,  tra gli operai della necropoli tebana si verificano continui scioperi di protesta per le paghe non corrisposte; bande di ladroni depredano le ricche tombe dei faraoni nella Valle dei Re e i popoli del mare che arrivano da Cipro e da Creta minacciano le città della costa.
Amenothep è esasperato e non può fare a meno di chiedersi: quando finirà questa crisi?  quando l’economia del paese ricomincerà a funzionare come in passato? bisognerà aspettare un altro governo? un nuovo faraone? “Ce l’abbiamo sempre fatta, sono oltre duemila anni che gli egiziani dominano la valle del Nilo, La Nubia, la Libia e le terre ad oriente del mar Rosso… non finirà certo per  uno sciopero, l’inflazione della moneta e qualche aggressione di predoni!”.
Ma la crisi non passò e la civiltà egiziana dopo oltre duemila anni finì così -senza eccessivo clamore- fra uno sciopero, un’inflazione , un governo debole e battibecchi fra notabili, sfarinandosi nel giro di qualche anno.
Eppure le riflessioni di Amenothep apparivano ragionevoli. Ricordando, qualche anno dopo, quell’inverno del 1080 a.C. si diceva: “Non si è trattato certo di una paura da ‘prima volta’. Di crisi negli ultimi decenni ne abbiamo attraversate a ripetizione. È forse questa continua iterazione che spiega perché, di fronte alle drammatiche vicende dell’ultimo anno, la nostra società abbia avuto l’automatica tentazione di derubricarle, ritenendole una ulteriore riproposizione di dinamiche precedenti e immaginando quindi che anche stavolta si potessero riutilizzare gli aggiustamenti sperimentati in passato. Pensavamo quindi, sotto sotto, di essere indenni e immuni da giorni cattivi. E invece ci siamo ritrovati inermi, in una immunodeficienza tanto inattesa quanto pericolosa.” (46° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, CENSIS, Roma, 7 dicembre 2012)
La crisi non finisce come finisce l’inverno, né passa come passa un mal di gola.
Non è che un bel giorno qualcuno ci informa: “Signore e signori, la crisi è finita” e -oplà- tutto ritorna come prima.
Le  crisi profonde non “passano”, marcano il passaggio da una situazione ad un’altra, cambiano i posizionamenti e gli stili di vita, instaurano un diverso accesso ai beni e ai servizi, modificano l’uso del tempo e la distribuzione del lavoro, insomma la vita delle persone.
Un recente rapporto promosso dal McKinsey Global Institute ci informa che tra meno di 15 anni nessuna città italiana figurerà più tra quelle ritenute maggiormente significative nel mondo per capacità di produrre reddito e per qualità di vita offerta ai suoi abitanti (http://www.amiciperlacitta.it/articolo.cfm?id=1694).
Ovviamente questo processo non si compirà di colpo in una mattina di primavera, è in pieno e tumultuoso svolgimento, e quella che noi chiamiamo “crisi”, come se fosse malessere passeggero, non è altro che il suo progressivo e inarrestabile realizzarsi.
Alla domanda se tutto questo comporterà che nei prossimi anni e decenni saremo più poveri, avremo meno accesso a beni e servizi, ci sarà meno lavoro e dovremo accontentarci di bassi stipendi e magre pensioni la risposta è assolutamente e inappellabilmente “Si”.
Non è un dubbio o una eventualità, è una certezza assoluta. Ma questo non vuol dire che ci resta solo da tentare il suicidio di massa. Quello che ragionevolmente possiamo e dobbiamo fare è capire il processo in corso e cavalcarlo senza subirlo passivamente, dismettendo lo sciocco atteggiamento dei nobili decaduti che riescono a parlare solo degli splendori passati invecchiando tristemente tra un rancore e una tisana.
Non tutto è negativo (e comunque, anche se lo fosse, non è lamentandoci che lo cambieremo). Il Rapporto CENSIS di pochi giorni fa registra che “in questo sobbollire di pulsioni negative, i tempi cattivi avrebbero potuto diventare pessimi, nella drammatica attesa di tracolli da qualcuno preconizzati come inevitabili. Invece nel sottofondo della dinamica sociale ha cominciato a vedersi una sua autonoma tensione alla solidità, confermando l’antica verità che le crisi, forse proprio nel sobbollire di pulsioni negative, inducono a percorsi di complessa maturazione del corpo sociale, di “iniziazione” direbbero i non razionali e i non dotti.
Abbiamo visto milioni di persone sopravvivere da sole alla crisi, con un’intima tensione a cambiare (ad “essere altrimenti”) e con differenziati riposizionamenti di competizione e di coesione.”
Le crisi ci sono sempre state, in tutti i periodi, solo che quando si sviluppavano fuori dall’Europa le consideravamo poco più che avversità meteorologiche alla periferia dell’impero. Quando le economie asiatiche non riuscivano decollare negli anni sessanta o quelle africane andavano a picco negli anni novanta, in entrambi i casi con conseguenze drammatiche per milioni di  persone, non parlavamo di crisi epocale e planetaria:  la crisi è solo una questione di “dove” e di “quando”.
L’attuale crisi europea vista dalla Cina o dall’India appare come una semplice ridistribuzione del lavoro e dei profitti a netto vantaggio dell’area asiatica, conseguenza di una migliore economia e di una potenzialità demografica e produttiva con la quale l’Europa non può neppure sognare di competere.
Non siamo vittime di un complotto. La nostra tendenza a universalizzare ciò che ci accade come se fossimo il centro dell’universo è una distorsione difficile da guarire, eppure è proprio dal superamento di questo provincialismo che dipende il nostro riuscire a vedere il futuro in modo nuovo.
Come sarà il futuro dopo la crisi? Certamente molto diverso dal passato. Certamente meno facile.
Ma non è la fine della nostra civiltà (anche se la fine delle civiltà fa parte della fisiologia della storia: chiedetelo agli egiziani, agli assiri, ai maya, ai persiani, ai romani…) è solo una nuova storia e una nuova sfida.
Può darsi che i nostri figli debbano spostarsi a Shangai o a Bangalore se vorranno avere un buon lavoro, così come i loro bisnonni partivano per New York e come i Filippini partivano per Roma… o forse sceglieranno di restare in Europa e lavorare in economie di nicchia, l’importante è che abbiano gli strumenti per capire cosa sta succedendo in questo mondo e la capacità di decidere cosa fare.
Non è la crisi che deve “passare”, siamo noi che dobbiamo cambiare occhi, orizzonti e prospettive.

lunedì 19 novembre 2012

SKYFALL

“Skyfall”, ultimo spettacolare film di 007. Un navigato James Bond ironizza sulla giovane età del nuovo Quartermaster  dei servizi segreti inglesi che, irritato, puntualizza: “L’età non è garanzia di efficacia”. Bond ribatte “La gioventù non è garanzia di innovazione”.
Nulla di nuovo, solo l’eterno  conflitto generazionale riscontrabile in ogni cultura e in ogni epoca.
La novità dei nostri tempi (secondo me non buona) non è nella conflittualità tra vecchi e giovani, ma nella parola “garanzia”.
Vogliamo, anzi pretendiamo, la garanzia che quello che facciamo, (vogliamo, scegliamo, aspettiamo, speriamo, votiamo) funzioni.
Non si capisce bene chi dovrebbe o potrebbe "garantirci" l'efficacia delle nostre scelte personali, affettive, lavorative, sociali e politiche. La verità -che preferiamo rimuovere- è che nessuno può garantirci, dobbiamo accettare il rischio di sbagliare o di essere ingannati. Insomma il contrario della garanzia..
Deviati e viziati dal "soddisfatti o rimborsati" con cui cercano di spingerci a fare acquisti (apparentemente) senza rischi, non sappiamo e non vogliamo (più) correre rischi in nessuna delle nostre scelte, e quando siamo costretti a farlo ci sembra di subire un torto o un ricatto.
Ovviamente è più comodo e rassicurante credere al politico di turno che ci "garantisce" un futuro con più giustizia, meno tasse, più investimenti, meno problemi, migliore sviluppo, ecc. (rimuovendo il dubbio che alcune di queste garanzie siano tra loro incompatibili !), che cercare di capire cosa sia veramente possibile fare e ragionevole attendersi.
Insomma, non potendo più credere a babbo natale per ragioni anagrafiche, recuperiamo alla grande sul piano politico, disposti a credere qualunque cosa, purché bella e risolutiva.
A meno che non pensiamo di essere James Bond, ma di quello ce n'è uno.

domenica 11 novembre 2012

LA SOTTILE LINEA ROSSA

Più leggo i discorsi e le dichiarazioni dei politici, più mi torna in mente l’affermazione di Rudyard Kipling «Tra la lucidità e la follia c'è solo una sottile linea rossa», da cui il titolo del grande film di Terrence Malick, Orso d’oro al festival di Berlino del 1998.
Mi riferisco a quella sottile linea che distingue le affermazioni banali da quelle che hanno un significato, il politichese vuoto dalle proposte sul merito, i valori generici dalla loro declinazione sul piano di realtà.
Mi piacerebbe riuscire a tenere d’occhio questa linea rossa per restare possibilmente dalla stessa parte (quella sensata),  ma non è impresa facile perché essa è diventata davvero sottile, e sembra che i politici non abbiano alcun interesse a renderla visibile.
E’ diventata sottile perché la complessità delle questioni rende sempre più urgente la necessità di semplificare e “parlar chiaro” (per poterci capire qualcosa, farsi un opinione e decidere fra opzioni comprensibili e sensate, o  anche semplicemente per comunicare la propria posizione), ma il limite di questa semplificazione è proprio la banalità e non è facile trovare l’equilibrio giusto tra il “complicato” e lo “stupido”. Probabilmente affermare che “la riduzione del cuneo fiscale può favorire la crescita del prodotto interno lordo e dell'occupazione” è ancora troppo complicato per farsi capire da chi non si occupa di economia e fiscalità, ma se –per semplificare ulteriormente- si dice “basta con le tasse, creiamo posti di lavoro!” in realtà non si sta dicendo niente di significativo nel merito del problema, ma solo esprimendo un desiderio sicuramente condivisibile ma generico. Quanto è larga “la linea rossa” tra le due affermazioni? Chi è capace di formulare meglio il pensiero perché sia più comprensibile ma senza perdere il suo significato? E, soprattutto, ai politici interessa davvero salvare il senso di quanto affermano (non sempre compatibile con il con-senso a basso prezzo)?  Lo sappiamo tutti che paga più un “Meno tasse per tutti!” che un piano serio di riduzione del debito pubblico, ma è proprio per questo che oggi stiamo come stiamo.
Se il linguaggio non “significa” più quello che dice non serve più a niente.
Non ha tutti i torti Grillo quando afferma nel suo blog che il linguaggio politico è oggi diventato "una ‘Lourdes linguistica’ che edulcora e trasforma le parole, sostituisce la realtà, si pone come sudario sul corpo vivo della società” o quando cita George Orwell (da "Politics and the English Language"):"Se semplifichi il tuo linguaggio, ti liberi dalle peggiori follie dell'ortodossia. Non potendo più parlare nessuno dei gerghi prescritti, se dici una stupidaggine la tua stupidità sarà evidente anche a te. Il linguaggio politico e' inteso a far sembrare veritiere le menzogne e rispettabile ogni nefandezza, e a dare una parvenza di verità all'aria fritta", ma la soluzione non è certo nell’illusione che basti gridare “pane al pane” e “vino al vino” per recuperare una verginità impossibile, la soluzione è tenere d’occhio la linea rossa (per sottile che sia) e fare ogni volta lo sforzo di avvicinarsi il più possibile al confine della semplificazione comprensibile senza cadere nella stupidità e senza farlo apposta per vendere area fritta a buon mercato.