domenica 12 febbraio 2012

INDIANI e COWBOYS

Il bello dei film di indiani e cowboys era la chiarezza.
Hanno emozionato la nostra infanzia e contribuito a definire il nostro modo di giudicare: tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Idee chiare, complicazioni zero.
Neanche la trama era importante, che fosse un furto di cavalli, l’accesso alla sorgente o il passaggio verso ovest, l’importante era che i buoni vincessero (e succedeva sempre).
Non c’era molto da capire, bastava schierarsi perché la storia diventasse chiara e avesse un senso.
Sono convinto ancora oggi che la storia -quella di ogni giorno- acquista un senso solo se ci si schiera, ma non è vero (purtroppo) che basta schierarsi perché essa diventi chiara. Penso anzi che sia esattamente il contrario, solo quando la storia ci è chiara, quando abbiamo capito i termini della questione, possiamo consapevolmente schierarci e “darle un senso”.
Ma non siamo nei film di indiani e cowboys e non è (quasi) mai vero che i buoni e il bene stanno tutti da una parte e i cattivi e il male dall’altra. Non abbiamo nemmeno gli aiutini della sceneggiatura, tipo i buoni belli e i cattivi brutti o musica cupa quando parlano i cattivi e piacevole e distesa quando parlano i buoni… oggi la sceneggiatura è taroccata e fuorviante: lo hanno capito tutti che la confezione è più importante del contenuto e tutti si danno da fare per confonderci le idee.
Come fare allora per capire quali sono i buoni e quali sono i cattivi?
Mi sembra prevalgano due posture diametralmente opposte: quella di chi cerca disperatamente di capire, approfondire, entrare nel merito per poter decidere di volta in volta da che parte stare e quella di chi non riesce a dimenticare i film degli indiani e si schiera subito, prima ancora di capire, anzi spesso “invece” di capire.
Il guaio è che le questioni su cui schierarsi sono tutte maledettamente complesse, forse quelle semplici sono finite o forse ci sembrano semplici quelle del passato perché con la distanza non si apprezzano i dettagli.
Non sempre la complessità è rapidamente riducibile a un si o no (forse è anche per questo che non mi sono particolarmente simpatici i referendum), il fascino cristallino del bianco/nero deve fare i conti con i grigi, la certezza delle convinzioni con i “dipende”, la fretta di risolvere con la gradualità delle soluzioni.
Se è vero che la complessità può diventare una trappola che, a forza di distinguo, ci impedisce di decidere, è vero anche che chi ha già deciso prima ancora di capire vedrà solo le ragioni di una parte e non aiuterà affatto a fare chiarezza.
Insomma la testa prima della pancia o basta la pancia?
L’analisi ragionata degli scenari o la carica di Fort Apache?
Neanche questa scelta, in fondo, è così radicale: si può ragionare e cercare di capire senza trasformare l’analisi in alibi per evitare di schierarsi e ci si può schierare con passione senza pretendere di avere sempre ragione perché la bandiera si ama e basta.
Tra “Ombre Rosse” e “Quark” le mediazioni sono possibili.

domenica 22 gennaio 2012

SENZA PRECEDENTI

Ci piace pensare che quello che ci accade, che stiamo vivendo e gli eventi di cui siamo testimoni siano speciali, unici, mai accaduti prima. Ci piace così, ci fa sentire importanti, probabilmente ci tranquillizza circa la nostra unicità.
Del fatto  che si tratti di eventi senza precedenti sembrano molto convinti soprattutto i giornalisti: mai un’estate così calda, una nevicata così abbondante, un attentato così grave, un gol così bello, uno spread così alto. Apprendiamo, con stucchevole ripetitività, che questa guerra, questa stagione o questa crisi economica sono sicuramente senza precedenti, così come le conseguenze che -dato che non ci sono precedenti(!)- non riusciamo neppure ad immaginare.
Cosa avrebbero scritto questi stessi giornalisti se –tanto per fare qualche esempio- avessero dovuto commentare la peste del 1348 in tutta Europa, la guerra dei trent’anni, il terremoto di Lisbona del 1755, il genocidio armeno, la crisi economica del 1929 o il processo di Norimberga? Ovviamente che si trattava di eventi senza precedenti.
Letteralmente ogni evento, anche il tramonto di oggi, è “senza precedenti”, nel senso che è unico e non ripetibile. Ovviamente l’accezione che si vuol dare all’espressione è un’altra, è sottolineare che non si tratta di sviluppi previsti e ordinari, ma imprevisti e fuori della norma. Ma, appunto, c’è una norma nella storia? E siamo sicuri che quell’evento –pur nella sua “eccezionalità”- non si sia mai verificato? “Mai successo a memoria d’uomo”: un po’ corto come metro!
Probabilmente l’esigenza che sta dietro questo modo di parlare è un’altra: abbiamo bisogno di dare un nome alla paura che la nostra storia personale e sociale sia troppo “normale”, che i problemi con cui dobbiamo fare i conti siano gli stessi con cui si sono confrontati quanti ci hanno preceduto, come se questa ammissione li svalutasse, li rendesse poco interessanti e allora ci affanniamo a spiegare che non è così, che noi stiamo vivendo eventi epocali, che i nostri problemi sono straordinari, che sono insomma “senza precedenti”.
Perdiamo così di vista una evidenza elementare: che a rendere davvero senza precedenti questa storia, questi anni e questi eventi è il fatto che a viverli siamo noi (che non c’eravamo quando li vivevano gli altri), è il fatto che sono i “nostri” anni, sono i “nostri” problemi e adesso la responsabilità di affrontarli e risolverli è la “nostra”.
Ma forse è proprio di questo che abbiamo paura, forse quando bisogna affrontare il drago e si teme di non farcela è meglio cominciare a dire che si tratta di un drago senza precedenti… chi potrà stupirsi se non lo uccidiamo?
Siamo proprio sicuri che confrontarsi con spread e precarietà sia più duro che misurarsi con carestie e invasioni? Eppure chi ci ha preceduto ha dovuto farlo.
Questa è la nostra storia. Ora tocca a noi rimboccarci le maniche: senza lagne e senza precedenti.


sabato 14 gennaio 2012

EMOZIONI MAROCCHINE

E' sempre istruttivo immergersi per un po' in una cultura diversa dalla propria.
Aiuta a capire meglio le nostre abitudini, a definirne i confini e ad interrogarci sul loro senso.
Confrontandoci -senza pregiudizi- con stili di vita e valori diversi dai nostri è possibile cogliere la relatività di norme e comportamenti che altrimenti saremmo tentati di considerare assoluti.
Quest'anno siamo andati una settimana in Marocco. Ovviamente abbiamo visto solo il Marocco dei turisti, quello delle brulicanti medine multicolori, degli infiniti mercatini a labirinto, delle raffinate moschee (di fronte a quella immensa di Casablanca ho capito che effetto che deve fare San Pietro ai giapponesi !).
Sappiamo benissimo che quello che abbiamo visto non è tutto il Marocco e così come un turista che visita il Colosseo, Piazza Navona e il Quirinale non può dire di conoscere Roma (che ne sa lui di Corviale, Malagrotta e gli ingorghi sull'olimpica?) o un viaggiatore che parla con un tassista nervoso, un cameriere stanco e un commerciante furbo non può dire di conoscere i romani, non possiamo certo affermare di conoscere il Marocco e i marocchini, tuttavia la breve "immersione" ha avuto il suo effetto: abbiamo intuito che 34 milioni di persone, un terzo delle quali sotto i 14 anni, in un paese bello e fertile grande il doppio dell'Italia hanno voglia di dire la loro e i numeri per dirla, soprattutto nei prossimi decenni.
Ovviamente nessuno si aspettava di incontrare cavalieri berberi galoppare nel deserto (tranne che negli spettacolini kitsch per turisti), ma quando ci è sembrato strano vedere vecchi caracollare su un asino mentre parlano al cellulare e donne velate navigare velocemente su internet ci siamo resi conto di quanto la nostra conoscenza degli altri sia condizionata dagli stereotipi che -ottuse semplificazioni!- ci impediscono di vedere e di capire.
Ogni paese islamico ci ripropone una visione del mondo e del tempo per noi così difficile da capire (ci sembra sempre che appartenga al passato, ovviamente al "nostro" visto che ci consideriamo la misura del mondo) e troppo facile da etichettare. Se, come dice Carlo M. Martini, “le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo” forse per capirle dovremmo smettere di leggere editoriali scritti in un attico dei Parioli e andare conoscere da vicino chi ogni giorno interpreta con quegli occhi la sua vita e la sua storia, ascoltando senza pretendere di saperne per forza più di lui.
Poco più di tre ore di aereo per ritrovarsi in un tempo diverso dal nostro, non un'altra epoca ma un tempo più "dilatato", un tempo che sembra calibrarsi più sulle esigenze fondamentali che sui promemoria del blackberry.
Siamo tornati portando negli occhi i colori pastello del souk di Marrakech, nelle orecchie il muezzin che proclama cinque volte al giorno che Allah è grande e nell'anima la conferma che il mondo è più plurale di quanto crediamo.


lunedì 19 dicembre 2011

CRONACHE DAL LAMENTOSTAN

Nel paese tutti si lamentavano dei politici e della politica.
I partiti litigavano in continuazione, facevano coalizioni elettorali per rimetterle in discussione subito dopo le elezioni e ogni decisione naufragava nel mare dei “però” e dei “ma anche”.
Il governo era in difficoltà: “Frammentato -dicevano tutti-questo non è un governo, è un pollaio dove ogni gallo vuole cantare più forte dell’altro. Il leader è debole. Non durerà”.
E infatti non durò.
Nel paese tutti si lamentavano dei politici e della politica.
Tornarono a votare e questa volta il governo era forte, anzi fortissimo, la maggioranza in parlamento schiacciante, il leader indiscusso. Le camere gli votavano qualunque legge.
Eppure non funzionò: il governo era così forte che pensava di potersi permettere tutto, anche di infischiarsene dei debiti, degli altri paesi, della coerenza, della credibilità.
E si ritrovò in difficoltà: “E’ esagerato -dicevano tutti-questo non è un governo, è una processione medievale di cortigiani e cortigiane a rimorchio del sovrano. Il leader è solo e non è più credibile. Non durerà”.
E infatti non durò.
Nel paese tutti si lamentavano dei politici e della politica.
Nel frattempo però la situazione economica era così compromessa che non c’era neppure più il tempo per tornare a votare e si decise di affidare il governo a persone che -per la loro competenza-  potessero entrare nel merito dei problemi e trovare soluzioni con maggiore autonomia dei cortigiani e minori timori di chi prima o poi avrebbe dovuto farsi votare.
Ma la gente riprese a lamentarsi: “Non sono abbastanza politici… troppo tecnici”; “Sono troppo politici, altro che tecnici!”; “Sono troppo freddi e distaccati”; “Troppo emotivi, piangono in diretta tv”; “Qualcuno ha le orecchie a sventola; “Marionette di occulti burattinai…”. Questo non è un governo, è una squadra di burocrati. Non durerà.
Il paese in fondo voleva solo politici competenti, seri, efficienti, che facessero quadrare il bilancio, che risanassero il debito e rimettessero in moto l’economia, la competitività e l’occupazione, realizzando rapidamente riforme strutturali della giustizia, della sanità, delle pensioni, della scuola e della pubblica amministrazione. Il tutto impostando una perfetta politica fiscale (così perfetta che sembri equa a tutti allo stesso tempo), ottenendo risultati in tempi brevi. Ovviamente con creatività, simpatia e leggerezza. E’ forse chiedere troppo?
Si. E’ chiedere troppo. Ma in Lamentostan non lo capiscono.
Se non è così non è un buon governo. Non durerà”.

domenica 11 dicembre 2011

IL MATRIMONIO AL TEMPO DELLE COLLABORAZIONI OCCASIONALI

La settimana scorsa il figlio di un mio amico mi ha comunicato che tra qualche mese si sposerà. Mi sembra davvero una buona notizia.
Nei giorni successivi più di un amico, commentando, ha trovato naturale chiedermi se (dunque) i due avevano trovato un lavoro, collegando evidentemente la decisione presa a quella che considerava la condizione che l’aveva resa possibile.
Nulla di strano. La mia generazione e quella dei miei genitori è cresciuta considerando il vivere insieme, il matrimonio e l’autonomia economica tre passaggi strettamente connessi, ognuno condizione dell’altro. Non si viveva insieme se non si era sposati, ma non ci si sposava se non c’era autonomia economica, dunque trovare un lavoro diventava il passaggio che dava il via libera agli altri due. Ma non è stato sempre così: all’epoca dei miei nonni e bisnonni la precarietà cronica della condizione rurale non consentiva di identificare con chiarezza il passaggio all’autonomia economica del singolo nucleo, che restava spesso collegato –per il reddito e non solo- alla famiglia allargata di origine, così che la scelta di sposarsi risultava meno condizionata, sganciata dalle variabili studio-casa-lavoro poteva essere presa con maggiore libertà.
Ma le cose cambiano e così come il migrare dalle campagne alle città, la scolarizzazione e il superamento della famiglia allargata hanno generato il modello della famiglia mononucleare fondata sulla autonoma produzione di reddito, oggi la difficoltà a realizzare quest’ultima condizione modifica di fatto la connessione di necessità tra autonomia economica e matrimonio.
Delle due l’una: o non si considera più il raggiungimento dell’autonomia economica la condizione indispensabile per sposarsi, o -come sta avvenendo sempre più spesso- non ci si sposa più. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una mutata condizione “ambientale”.
Ma allora -in questo mutato quadro- che significa sposarsi?
Penso significhi, (come è sempre stato) decidere di vivere insieme e affrontare insieme le vicende della vita, solo che oggi tra queste vicende rientra anche la ricerca del (primo) lavoro e di una autonomia economica, mentre in passato questa precedeva la decisione di sposarsi e ne costituiva la condizione.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere: forse svincolando il matrimonio dalla stabilità economica lo si “sgancia” da una variabile imprevedibile e pericolosa, costringendo chi prende questa decisione a trovarne le ragioni esclusivamente nella propria libertà e responsabilità.
Va da sé che non avere un’autonomia economica stabile comporta “arrangiarsi” con poche risorse e dipendere per molte cose da altri, ma anche questa precarietà fa parte delle vicende della vita! Non c’è oggettivamente molta differenza fra essere precari ciascuno a casa sua ed essere precari da sposati. La vera differenza è tra considerare questa precarietà come il problema di ciascuno o affrontarlo come un problema “di coppia”, che è appunto quello che ci si aspetta da due persone che hanno deciso di sposarsi.
Ecco perché la decisione di sposarsi mi sembra comunque una gran bella notizia. Anche al tempo delle collaborazioni occasionali.

martedì 1 novembre 2011

MIOPIA PROGRESSIVA

La miopia colpisce sempre di più la popolazione mondiale: la spiegazione non va tanto ricercata nel tempo trascorso davanti al pc o alla televisione, quanto nel fatto che trascorriamo troppo poco tempo all’aria aperta. Secondo uno studio presentato dall’American Academy of Ophthalmology, gli occhi hanno perso l’abitudine di spaziare verso l’orizzonte.”
Insomma a forza di guardare solo vicino, non siamo più capaci di guardare lontano.
Ho letto distrattamente questa notizia sul giornale e poi mi è apparsa un’amara metafora della nostra stagione, anzi, del modo in cui la viviamo. Non solo sul piano politico, ma anche su quello economico, lavorativo, esistenziale… siamo talmente preoccupati di non cadere nelle buche e di non inciampare nei sassi che teniamo lo sguardo costantemente incollato a terra, al prossimo passo, alla prossima settimana, alle prossime elezioni e non riusciamo ad alzarlo verso l’orizzonte per capire in che direzione stiamo andando.
Non che la preoccupazione di guardare dove mettiamo i piedi sia infondata, è verissimo che il percorso è accidentato e che se ci rompiamo una gamba non arriviamo da nessuna parte, ma continuare a fare lo slalom tra le buche senza sapere dove porta la strada (o almeno dove vorremmo che portasse) non è proprio geniale. Se il massimo dell’aspirazione è avere una strada senza buche, temo non andremo lontano.
Non rimpiango stagioni in cui grandi orizzonti e grandi ideologie riempivano i sogni degli ingenui e la pancia dei furbi, ma anche se si sta affogando è più importante sapere da che parte è la riva che nuotare velocemente.
L’aspetto della notizia dell’American Academy of Ophthalmology che mi inquieta di più è la sclerotizzazione del disturbo: ho paura che a forza di non guardare mai l’orizzonte, anche quando decideremo di farlo non lo vedremo più nitidamente. Forse ci sembrerà così sfocato che torneremo a contare le buche e a lamentarci…


sabato 15 ottobre 2011

L'INDIGNOMETRO

L’indignazione è un sentimento prezioso.
E’ stata spesso la forza che ha reso possibile importanti cambiamenti, e anche nella storia personale di ciascuno di noi possiamo certamente rintracciare situazioni in cui -davvero indignati- siamo stati capaci di dire “basta!” per poi rimboccarci maniche e cervello e “venirne fuori”.
C’è un solo modo per rendere sterile l’indignazione e sprecare tutto il suo potenziale: limitarsi a gridarla al vento.
Nessun “basta!” ha mai cambiato niente se non è sfociato in una proposta percorribile, se non è riuscito a indicare un traguardo concreto, ragionevole e ragionato.
Ma -si dirà- “quando è troppo, è troppo”: ci vogliamo negare il diritto di gridare la nostra rabbia? Vogliamo mettere a tacere l’indignazione (per carità “sacrosanta”, l’ha detto anche Draghi) e non urlarla, condividerla, raccontarla?
Ovviamente no! Non si tratta di metterla a tacere, al contrario di metterla a frutto, di renderla utilizzabile per produrre un cambiamento.
Se invece quello che vogliamo è solo l’urlo liberatorio, allora nessun problema: è una terapia di gruppo. Può certamente servire a sentirsi meglio: un paio d’ore, poi tutto torna come prima.
La definizione più giusta che ho mai trovato di “potere” è “la possibilità di produrre o inibire il cambiamento”. In questo senso l’indignazione può essere un potere o non esserlo affatto ed è facilissimo capirlo: se produce un cambiamento lo è, se non produce alcun cambiamento è inutile.
Quando ero al liceo ricordo che prendevamo in giro un amico per i suoi discorsi tanto appassionati quanto inconcludenti dicendo: “scusatelo, era assente quando hanno spiegato la differenza tra astratto e concreto…”.
Oltre ad “astratto-concreto”, credo ci siano altre coppie di opposti da tenere sotto controllo in questo periodo con particolare attenzione. Ad esempio le coppie “comprensibile-utile” e “protesta-proposta”. La rabbia è a volte comprensibile, non sempre è utile. La protesta è spesso fondata e ragionevole ma non per questo produce automaticamente il cambiamento che auspica.
Forse la vera sfida di questo periodo che stiamo vivendo è proprio riuscire a trasformare ciò che è comprensibile in una proposta percorribile e la frustrazione generalizzata in un progetto politico concreto.
Se la strada è tracciata e i binari posati, allora sì che l’indignazione può essere prezioso combustibile per la caldaia della locomotiva, ma prima di posare i binari lanciare la locomotiva non è una buona idea.
Quale che sia il livello che oggi segna l’indignometro, dobbiamo scegliere se fare la terapia dell’urlo o rimboccarci maniche e cervello (direi il cervello prima delle maniche).