sabato 14 aprile 2012

ODDIOLACRISI!

Non tutto quello che ci succede lo scegliamo.
Molto, forse più di quanto siamo disposti ad ammettere, semplicemente ci capita.
Life is what happens to us while we are making other plans” scriveva Allen Saunders, la vita è quella cosa che ci capita mentre siamo occupati a fare progetti .
La bravura non si misura dunque da quello che ci capita, ma da quello che noi facciamo capitare nella situazione che ci troviamo a vivere, quella che -quando non ci piace- chiamiamo crisi.
Cosa diremmo ad uno sciatore che si lamenta dei paletti dello slalom o ad un pilota che si lamenta delle curve della pista ? Che quei paletti e quelle curve non sono errori di tracciato, sono il tracciato stesso,  che la sua bravura sta proprio nel riuscire ad affrontare quei paletti e quelle curve nel modo migliore, al massimo della velocità possibile sfruttando fino in fondo i mezzi di cui dispone senza andare fuori pista.
Non sempre l’etimologia delle parole aiuta a capire la vita, ma quella della parola “crisi” fa eccezione: il verbo greco (krino), da cui la parola nasce, significa “separare”, “scegliere”, “decidere”. Crisi è ogni situazione che ci costringe a scegliere come comportarci, a decidere cosa fare, a inventare un modo per trovare una soluzione.
Quando usiamo la parola “crisi” con il significato di iattura, sventura che non meritavamo, difficoltà da subire passivamente, ci comportiamo come lo sciatore o il pilota che considerano le curve un errore del tracciato.
Ci può capitare un tracciato più facile o più difficile, con più o meno curve (anche perché non conosciamo i tracciati degli altri…), ma comunque non ce lo scegliamo, mentre quello che dobbiamo scegliere è come affrontarlo.
Le “crisi” non sono altro che lo scenario nel quale siamo chiamati a lavorare per costruire nuovi equilibri, i più giusti possibili.  “Lavorare” non significa “invocare” nuovi equilibri…  non basta dire cosa vorremmo, lasciando agli altri l’onere di farlo e a noi il diritto di lamentarci per come lo fanno.
Lavorare significa fare proposte, verificarne la percorribilità, valutarne le conseguenze.. non aspettare le proposte degli altri per impallinarle una dopo l’altra.
Lavorare significa confrontare le proprie proposte con quelle degli altri, trovare compromessi, accettare il migliore possibile… non chiedere la perfezione e battere i piedi perché non c’è.
Lavorare significa analizzare le cause, identificare le responsabilità e definirne i limiti… non sparare sempre nel mucchio perché “tanto sono tutti uguali”, perché “come la metti la metti…”
La “crisi” è il campo in cui dobbiamo giocare la nostra partita. Giochiamola bene: con grinta, con intelligenza, con efficacia. E soprattutto giochiamola, non facciamo solo il tifo.

domenica 4 marzo 2012

LE CASTE, LA LUNA E IL GIOCO DELLE PARTI

Che c’è di più sano che evidenziare un bisogno, rivendicare un diritto, chiedere quello che si ritiene giusto e denunciare quello che si ritiene sbagliato?
Sarebbe mai migliorata la società se i diritti non fossero stati rivendicati e le ingiustizie denunciate? Certamente no.
E allora forza! Rivendichiamo il più possibile, denunciamo tutto quello che non condividiamo, esigiamo tutto quello che riteniamo giusto… se ci convinciamo che la misura di ciò che otterremo dipende unicamente da quello che chiediamo perché non chiedere la luna?
La realtà (e lo sappiamo tutti benissimo da quando abbiamo smesso di scrivere a Babbo Natale) è un po’ diversa. La misura di ciò che otteniamo non dipende solo da ciò che vogliamo e da quanto gridiamo per averlo, ma anche dai rapporti di forza, dalla oggettiva ragionevolezza di cosa chiediamo, dalle risorse esistenti e dalla mediazione possibile tra i diversi interessi e i diversi punti di vista. E’ così per il trenino chiesto a Babbo Natale, è così per gli ammortizzatori sociali, è così per la guerra in Afghanistan, è così per tutto.
Questo non significa che non dobbiamo chiedere, rivendicare e denunciare, ma che possiamo farlo in due modi: da bambini e da adulti. Lo facciamo da bambini quando gridiamo ciò che vogliamo in attesa che chi ci ascolta si faccia carico di riconoscere il nostro diritto e ce lo dia; lo facciamo da adulti quando –oltre a gridare ciò che vogliamo e riteniamo giusto- ci facciamo carico di costruire proposte percorribili, ci diamo un criterio, ci diamo priorità, accettiamo la gradualità delle soluzioni, ci chiediamo quali alternative sono preferibili. Insomma quando non ci limitiamo a dire infantilmente “no”, ma opponiamo proposta a proposta.
Diversamente non solo si ottiene poco, ma c’è il rischio di infilarsi in uno sterile gioco delle parti in cui -allontanandosi dal contenuto- alla fine conta solo la forza.
In questi giorni ho scambiato alcune mail con un amico sul tormentone delle “caste” e sulla grave responsabilità dei media nel fare di ogni erba un fascio. Alla domanda se criticare indiscriminatamente le caste potesse -alla lunga- costituire un pericolo per la democrazia questa è stata la sua risposta: “No e si. E te la spiego subito: no, perché il diritto di pensiero e il diritto di critica (nel rigoroso ordine cui sono enunciati) sono il sale benefico di una democrazia; sì, perché è pericoloso alimentare l’opinione pubblica col convincimento che la classe dirigente di un paese (cioè, per dirla con la corrente casta-mania, la sommatoria delle caste che dirigono un paese) sia composta solo da avidi profittatori, additati come tali sulla base delle retribuzioni, verosimilmente determinate in maniera legalmente corretta. Non è così e non è giusto (è anzi pericoloso) che si pensi così.  Per capire meglio perché è pericoloso che si pensi così, proviamo a domandarci questo: e se il voyerismo economico (figlio pettegolo della trasparenza) non fosse altro che una ben orchestrata operazione di marketing sociale? E se il marketing sociale fosse il prodromo di un ben più pericoloso marketing politico di stampo populista e qualunquista? Ci facciamo veramente male da soli distruggendo la percezione che l’opinione pubblica può avere di una classe dirigente, senza averne una di ricambio. E francamente non ne vedo una di ricambio pronta.
Non so se sia davvero in corso una “ben orchestrata operazione di marketing sociale” ma sono sicuro che screditare per screditare è uno sport stupido, sia nel senso che non richiede particolari abilità, sia nel senso che non produce alcun risultato.
Ovviamente tutto e tutti sono criticabili (soprattutto quando questo fa audience!) e a volte mi chiedo se esista un profilo ideale inattaccabile. Non credo: a san Francesco imputerebbero di certo l’inaffidabilità di chi è lontano dalla"gente", a Napoleone un’eccessiva personalizzazione ed anche su quella ragazza palestinese che ebbe un figlio non si sa bene da chi (poi condannato a morte) ci sarebbe sicuramente molto da dire...
Mi fanno paura il graduale (e accelerato) allontanamento dai contenutila fuga dalla ricerca di un criterio, la critica fine a se stessa.
Visto che in politica il bene assoluto non esiste, ogni volta che si esprime una valutazione bisognerebbe chiedersi "rispetto a che?", "rispetto a chi?", e darsi un realistico metro di giudizio. Non sono follemente innamorato dell’attuale governo, ma pragmaticamente mi chiedo: avrei davvero preferito che la riforma del lavoro la facesse Sacconi e che le relazioni internazionali fossero guidate da Frattini?
Nulla è assoluto, dipende tutto dal criterio che si sceglie: anch’io, in alcune circostanze, riterrei certamente la Carfagna da preferire alla Cancellieri.

domenica 12 febbraio 2012

INDIANI e COWBOYS

Il bello dei film di indiani e cowboys era la chiarezza.
Hanno emozionato la nostra infanzia e contribuito a definire il nostro modo di giudicare: tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra. Idee chiare, complicazioni zero.
Neanche la trama era importante, che fosse un furto di cavalli, l’accesso alla sorgente o il passaggio verso ovest, l’importante era che i buoni vincessero (e succedeva sempre).
Non c’era molto da capire, bastava schierarsi perché la storia diventasse chiara e avesse un senso.
Sono convinto ancora oggi che la storia -quella di ogni giorno- acquista un senso solo se ci si schiera, ma non è vero (purtroppo) che basta schierarsi perché essa diventi chiara. Penso anzi che sia esattamente il contrario, solo quando la storia ci è chiara, quando abbiamo capito i termini della questione, possiamo consapevolmente schierarci e “darle un senso”.
Ma non siamo nei film di indiani e cowboys e non è (quasi) mai vero che i buoni e il bene stanno tutti da una parte e i cattivi e il male dall’altra. Non abbiamo nemmeno gli aiutini della sceneggiatura, tipo i buoni belli e i cattivi brutti o musica cupa quando parlano i cattivi e piacevole e distesa quando parlano i buoni… oggi la sceneggiatura è taroccata e fuorviante: lo hanno capito tutti che la confezione è più importante del contenuto e tutti si danno da fare per confonderci le idee.
Come fare allora per capire quali sono i buoni e quali sono i cattivi?
Mi sembra prevalgano due posture diametralmente opposte: quella di chi cerca disperatamente di capire, approfondire, entrare nel merito per poter decidere di volta in volta da che parte stare e quella di chi non riesce a dimenticare i film degli indiani e si schiera subito, prima ancora di capire, anzi spesso “invece” di capire.
Il guaio è che le questioni su cui schierarsi sono tutte maledettamente complesse, forse quelle semplici sono finite o forse ci sembrano semplici quelle del passato perché con la distanza non si apprezzano i dettagli.
Non sempre la complessità è rapidamente riducibile a un si o no (forse è anche per questo che non mi sono particolarmente simpatici i referendum), il fascino cristallino del bianco/nero deve fare i conti con i grigi, la certezza delle convinzioni con i “dipende”, la fretta di risolvere con la gradualità delle soluzioni.
Se è vero che la complessità può diventare una trappola che, a forza di distinguo, ci impedisce di decidere, è vero anche che chi ha già deciso prima ancora di capire vedrà solo le ragioni di una parte e non aiuterà affatto a fare chiarezza.
Insomma la testa prima della pancia o basta la pancia?
L’analisi ragionata degli scenari o la carica di Fort Apache?
Neanche questa scelta, in fondo, è così radicale: si può ragionare e cercare di capire senza trasformare l’analisi in alibi per evitare di schierarsi e ci si può schierare con passione senza pretendere di avere sempre ragione perché la bandiera si ama e basta.
Tra “Ombre Rosse” e “Quark” le mediazioni sono possibili.

domenica 22 gennaio 2012

SENZA PRECEDENTI

Ci piace pensare che quello che ci accade, che stiamo vivendo e gli eventi di cui siamo testimoni siano speciali, unici, mai accaduti prima. Ci piace così, ci fa sentire importanti, probabilmente ci tranquillizza circa la nostra unicità.
Del fatto  che si tratti di eventi senza precedenti sembrano molto convinti soprattutto i giornalisti: mai un’estate così calda, una nevicata così abbondante, un attentato così grave, un gol così bello, uno spread così alto. Apprendiamo, con stucchevole ripetitività, che questa guerra, questa stagione o questa crisi economica sono sicuramente senza precedenti, così come le conseguenze che -dato che non ci sono precedenti(!)- non riusciamo neppure ad immaginare.
Cosa avrebbero scritto questi stessi giornalisti se –tanto per fare qualche esempio- avessero dovuto commentare la peste del 1348 in tutta Europa, la guerra dei trent’anni, il terremoto di Lisbona del 1755, il genocidio armeno, la crisi economica del 1929 o il processo di Norimberga? Ovviamente che si trattava di eventi senza precedenti.
Letteralmente ogni evento, anche il tramonto di oggi, è “senza precedenti”, nel senso che è unico e non ripetibile. Ovviamente l’accezione che si vuol dare all’espressione è un’altra, è sottolineare che non si tratta di sviluppi previsti e ordinari, ma imprevisti e fuori della norma. Ma, appunto, c’è una norma nella storia? E siamo sicuri che quell’evento –pur nella sua “eccezionalità”- non si sia mai verificato? “Mai successo a memoria d’uomo”: un po’ corto come metro!
Probabilmente l’esigenza che sta dietro questo modo di parlare è un’altra: abbiamo bisogno di dare un nome alla paura che la nostra storia personale e sociale sia troppo “normale”, che i problemi con cui dobbiamo fare i conti siano gli stessi con cui si sono confrontati quanti ci hanno preceduto, come se questa ammissione li svalutasse, li rendesse poco interessanti e allora ci affanniamo a spiegare che non è così, che noi stiamo vivendo eventi epocali, che i nostri problemi sono straordinari, che sono insomma “senza precedenti”.
Perdiamo così di vista una evidenza elementare: che a rendere davvero senza precedenti questa storia, questi anni e questi eventi è il fatto che a viverli siamo noi (che non c’eravamo quando li vivevano gli altri), è il fatto che sono i “nostri” anni, sono i “nostri” problemi e adesso la responsabilità di affrontarli e risolverli è la “nostra”.
Ma forse è proprio di questo che abbiamo paura, forse quando bisogna affrontare il drago e si teme di non farcela è meglio cominciare a dire che si tratta di un drago senza precedenti… chi potrà stupirsi se non lo uccidiamo?
Siamo proprio sicuri che confrontarsi con spread e precarietà sia più duro che misurarsi con carestie e invasioni? Eppure chi ci ha preceduto ha dovuto farlo.
Questa è la nostra storia. Ora tocca a noi rimboccarci le maniche: senza lagne e senza precedenti.


sabato 14 gennaio 2012

EMOZIONI MAROCCHINE

E' sempre istruttivo immergersi per un po' in una cultura diversa dalla propria.
Aiuta a capire meglio le nostre abitudini, a definirne i confini e ad interrogarci sul loro senso.
Confrontandoci -senza pregiudizi- con stili di vita e valori diversi dai nostri è possibile cogliere la relatività di norme e comportamenti che altrimenti saremmo tentati di considerare assoluti.
Quest'anno siamo andati una settimana in Marocco. Ovviamente abbiamo visto solo il Marocco dei turisti, quello delle brulicanti medine multicolori, degli infiniti mercatini a labirinto, delle raffinate moschee (di fronte a quella immensa di Casablanca ho capito che effetto che deve fare San Pietro ai giapponesi !).
Sappiamo benissimo che quello che abbiamo visto non è tutto il Marocco e così come un turista che visita il Colosseo, Piazza Navona e il Quirinale non può dire di conoscere Roma (che ne sa lui di Corviale, Malagrotta e gli ingorghi sull'olimpica?) o un viaggiatore che parla con un tassista nervoso, un cameriere stanco e un commerciante furbo non può dire di conoscere i romani, non possiamo certo affermare di conoscere il Marocco e i marocchini, tuttavia la breve "immersione" ha avuto il suo effetto: abbiamo intuito che 34 milioni di persone, un terzo delle quali sotto i 14 anni, in un paese bello e fertile grande il doppio dell'Italia hanno voglia di dire la loro e i numeri per dirla, soprattutto nei prossimi decenni.
Ovviamente nessuno si aspettava di incontrare cavalieri berberi galoppare nel deserto (tranne che negli spettacolini kitsch per turisti), ma quando ci è sembrato strano vedere vecchi caracollare su un asino mentre parlano al cellulare e donne velate navigare velocemente su internet ci siamo resi conto di quanto la nostra conoscenza degli altri sia condizionata dagli stereotipi che -ottuse semplificazioni!- ci impediscono di vedere e di capire.
Ogni paese islamico ci ripropone una visione del mondo e del tempo per noi così difficile da capire (ci sembra sempre che appartenga al passato, ovviamente al "nostro" visto che ci consideriamo la misura del mondo) e troppo facile da etichettare. Se, come dice Carlo M. Martini, “le religioni non sono nei libri, ma nel vissuto della gente di tutto il mondo” forse per capirle dovremmo smettere di leggere editoriali scritti in un attico dei Parioli e andare conoscere da vicino chi ogni giorno interpreta con quegli occhi la sua vita e la sua storia, ascoltando senza pretendere di saperne per forza più di lui.
Poco più di tre ore di aereo per ritrovarsi in un tempo diverso dal nostro, non un'altra epoca ma un tempo più "dilatato", un tempo che sembra calibrarsi più sulle esigenze fondamentali che sui promemoria del blackberry.
Siamo tornati portando negli occhi i colori pastello del souk di Marrakech, nelle orecchie il muezzin che proclama cinque volte al giorno che Allah è grande e nell'anima la conferma che il mondo è più plurale di quanto crediamo.


lunedì 19 dicembre 2011

CRONACHE DAL LAMENTOSTAN

Nel paese tutti si lamentavano dei politici e della politica.
I partiti litigavano in continuazione, facevano coalizioni elettorali per rimetterle in discussione subito dopo le elezioni e ogni decisione naufragava nel mare dei “però” e dei “ma anche”.
Il governo era in difficoltà: “Frammentato -dicevano tutti-questo non è un governo, è un pollaio dove ogni gallo vuole cantare più forte dell’altro. Il leader è debole. Non durerà”.
E infatti non durò.
Nel paese tutti si lamentavano dei politici e della politica.
Tornarono a votare e questa volta il governo era forte, anzi fortissimo, la maggioranza in parlamento schiacciante, il leader indiscusso. Le camere gli votavano qualunque legge.
Eppure non funzionò: il governo era così forte che pensava di potersi permettere tutto, anche di infischiarsene dei debiti, degli altri paesi, della coerenza, della credibilità.
E si ritrovò in difficoltà: “E’ esagerato -dicevano tutti-questo non è un governo, è una processione medievale di cortigiani e cortigiane a rimorchio del sovrano. Il leader è solo e non è più credibile. Non durerà”.
E infatti non durò.
Nel paese tutti si lamentavano dei politici e della politica.
Nel frattempo però la situazione economica era così compromessa che non c’era neppure più il tempo per tornare a votare e si decise di affidare il governo a persone che -per la loro competenza-  potessero entrare nel merito dei problemi e trovare soluzioni con maggiore autonomia dei cortigiani e minori timori di chi prima o poi avrebbe dovuto farsi votare.
Ma la gente riprese a lamentarsi: “Non sono abbastanza politici… troppo tecnici”; “Sono troppo politici, altro che tecnici!”; “Sono troppo freddi e distaccati”; “Troppo emotivi, piangono in diretta tv”; “Qualcuno ha le orecchie a sventola; “Marionette di occulti burattinai…”. Questo non è un governo, è una squadra di burocrati. Non durerà.
Il paese in fondo voleva solo politici competenti, seri, efficienti, che facessero quadrare il bilancio, che risanassero il debito e rimettessero in moto l’economia, la competitività e l’occupazione, realizzando rapidamente riforme strutturali della giustizia, della sanità, delle pensioni, della scuola e della pubblica amministrazione. Il tutto impostando una perfetta politica fiscale (così perfetta che sembri equa a tutti allo stesso tempo), ottenendo risultati in tempi brevi. Ovviamente con creatività, simpatia e leggerezza. E’ forse chiedere troppo?
Si. E’ chiedere troppo. Ma in Lamentostan non lo capiscono.
Se non è così non è un buon governo. Non durerà”.

domenica 11 dicembre 2011

IL MATRIMONIO AL TEMPO DELLE COLLABORAZIONI OCCASIONALI

La settimana scorsa il figlio di un mio amico mi ha comunicato che tra qualche mese si sposerà. Mi sembra davvero una buona notizia.
Nei giorni successivi più di un amico, commentando, ha trovato naturale chiedermi se (dunque) i due avevano trovato un lavoro, collegando evidentemente la decisione presa a quella che considerava la condizione che l’aveva resa possibile.
Nulla di strano. La mia generazione e quella dei miei genitori è cresciuta considerando il vivere insieme, il matrimonio e l’autonomia economica tre passaggi strettamente connessi, ognuno condizione dell’altro. Non si viveva insieme se non si era sposati, ma non ci si sposava se non c’era autonomia economica, dunque trovare un lavoro diventava il passaggio che dava il via libera agli altri due. Ma non è stato sempre così: all’epoca dei miei nonni e bisnonni la precarietà cronica della condizione rurale non consentiva di identificare con chiarezza il passaggio all’autonomia economica del singolo nucleo, che restava spesso collegato –per il reddito e non solo- alla famiglia allargata di origine, così che la scelta di sposarsi risultava meno condizionata, sganciata dalle variabili studio-casa-lavoro poteva essere presa con maggiore libertà.
Ma le cose cambiano e così come il migrare dalle campagne alle città, la scolarizzazione e il superamento della famiglia allargata hanno generato il modello della famiglia mononucleare fondata sulla autonoma produzione di reddito, oggi la difficoltà a realizzare quest’ultima condizione modifica di fatto la connessione di necessità tra autonomia economica e matrimonio.
Delle due l’una: o non si considera più il raggiungimento dell’autonomia economica la condizione indispensabile per sposarsi, o -come sta avvenendo sempre più spesso- non ci si sposa più. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una mutata condizione “ambientale”.
Ma allora -in questo mutato quadro- che significa sposarsi?
Penso significhi, (come è sempre stato) decidere di vivere insieme e affrontare insieme le vicende della vita, solo che oggi tra queste vicende rientra anche la ricerca del (primo) lavoro e di una autonomia economica, mentre in passato questa precedeva la decisione di sposarsi e ne costituiva la condizione.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere: forse svincolando il matrimonio dalla stabilità economica lo si “sgancia” da una variabile imprevedibile e pericolosa, costringendo chi prende questa decisione a trovarne le ragioni esclusivamente nella propria libertà e responsabilità.
Va da sé che non avere un’autonomia economica stabile comporta “arrangiarsi” con poche risorse e dipendere per molte cose da altri, ma anche questa precarietà fa parte delle vicende della vita! Non c’è oggettivamente molta differenza fra essere precari ciascuno a casa sua ed essere precari da sposati. La vera differenza è tra considerare questa precarietà come il problema di ciascuno o affrontarlo come un problema “di coppia”, che è appunto quello che ci si aspetta da due persone che hanno deciso di sposarsi.
Ecco perché la decisione di sposarsi mi sembra comunque una gran bella notizia. Anche al tempo delle collaborazioni occasionali.