giovedì 7 marzo 2019

FAMMI CAPIRE CHI SONO

Solo chi ha radici deboli teme che la propria cultura possa essere contagiata e perdersi nel contatto con le altre.
È vero esattamente il contrario: quando culture diverse entrano in contatto, il confronto reciproco consente a ciascuna di esse di conoscersi meglio e di definire con maggiore chiarezza le proprie caratteristiche e le proprie convinzioni. 
Solo conoscendosi cadono i pregiudizi e diventa possibile una relazione che non ceda né alla tentazione della sopraffazione, né a quella dell’autosufficienza.
È la diversità che ci rivela a noi stessi e la sua accettazione a liberarci dalla paura.

domenica 3 febbraio 2019

TREPIDARE


Per chi e per cosa trepidare?
Per la situazione esplosiva in Venezuela o per come andrà Sanremo? Preoccuparsi per i bambini siriani uccisi dal gelo nei campi profughi o per i barboni uccisi dallo stesso gelo sui marciapiedi di Roma? Per la recessione che mette a rischio lavoro, risparmi e pensioni o per la fine del trattato sulle armi nucleari tra americani e russi che ci riporta indietro all’incubo della bomba... non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Ovviamente ognuno è libero di trepidare per quello che gli pare scegliendo ciò che più gli sta a cuore e nessuno ha il diritto di giudicare. E così non mi stupisco che per la gattara sotto casa mia la salute dei suoi assistiti sia più importante della recessione economica o che un ragazzo disoccupato trepidi più per l’esito del suo colloquio di lavoro che per la proliferazione delle armi nucleari.
E’ normale che ciò che ci tocca da vicino ci faccia trepidare più di ciò che è lontano. Eppure è proprio nella possibilità di preoccuparci per quello che non ci riguarda «direttamente» che si annida la nostra umanità più profonda. Tutto sta in quanto è ampio e sensibile quel «direttamente». Se lo riduciamo fino a “direttamente me stesso”, allora anche se mia moglie o i miei figli stanno soffrendo o corrono un grave pericolo posso dire che la cosa non mi riguarda. Ma come? Non mi riguarda la vita dei miei cari? Sarei giudicato un mostro. E perché? Perché tutti immaginano che pur non riguardando il pericolo “direttamente me stesso”, la relazione di affetto mi spinga ad includere in quel «direttamente» anche i miei cari. E se chi soffre o corre pericolo non è nella mia relazione di affetto? Perché dovrei chiamare i soccorsi se qualcuno che non conosco viene colto da malore o resta coinvolto in un incidente?  Perché mai dovrei preoccuparmi per la sua sorte? Eppure c’è addirittura una legge che mi impone di farlo! Questo perché nelle radici delle regole che gli uomini si sono dati per vivere insieme senza sopraffarsi reciprocamente (affidando il diritto alla forza) c’è un principio di reciproca solidarietà che tutela tutti: oggi hai un malore tu, domani potrei averlo io. Un sorta di polizza di mutuo soccorso senza la quale saremmo tutti più fragili e più esposti.
Ma la misura della nostra umanità non si esaurisce certo nell’evitare l’omissione di soccorso, essa si sviluppa nella capacità di estendere -né per calcolo, né per buonismo- i confini del «mi riguarda direttamente» e percepire che la sorte dei barboni romani e dei bambini siriani che muoiono di freddo ha in qualche modo a che fare «direttamente» con me. Non mi riguarda sul piano della responsabilità, mi riguarda perché voglio che mi riguardi, perché mi sento coinvolto come soggetto della stessa comunità umana e anche per quel principio di mutuo soccorso in cui si radica la vita sociale di ogni comunità. Diversamente è solo cronaca, cronaca che non dovrebbe neppure incuriosirmi se non per un voyerismo di cattivo gusto.
Se è vero che ognuno è libero di trepidare per quello che gli sembri ne valga la pena, è vero anche che le questioni per cui scegliamo di trepidare dicono molto di noi, delle cose a cui attribuiamo importanza, di quanto sia larga la nostra accezione del “mi riguarda/non mi riguarda” e della nostra capacità di sentirci parte viva della società e della storia. Chiediti per che trepidi (davvero) e saprai chi sei.

lunedì 23 luglio 2018

UNIRE I PUNTINI





Perché è difficile che i mongoli vadano in vacanza al mare e perché i barconi non approdano in Finlandia invece che in Sicilia? Già, perché?

Qualche anno fa la redazione di National Geographic chiese a un campione di giovani americani di indicare dove si trovasse l’Iraq su una mappa geografica: il 63% non seppe indicarlo neppure con approssimazione, e questo malgrado molti dei loro coetanei fossero in quel periodo impegnati in guerra proprio in quel paese.

Molti ritengono la conoscenza della geografia un accessorio superfluo, utile solo per i quiz in tv e per i cruciverba. Ma non è così.

La geografia permette di capire la proporzione tra le grandezze, il senso delle distanze, i legami possibili e quelli improbabili, le rotte delle migrazioni e dei commerci. Non si tratta di studiare noiose tabelle e complicati grafici, non serve imparare a memoria gli affluenti di destra del Po: quello che serve è guardare con attenzione e sana curiosità cartine, planisferi e mappamondi, è immaginare le persone che ci vivono, è fingere di essere là, poi qua, poi più a nord…

Viziati da googlemaps, pensiamo che avere il mondo in tasca significhi trovare la pizzeria più vicina alla spiaggia o guardare sullo smartphone a che punto siamo dell’autostrada… ed invece significa collocarsi nello spazio e nel tempo, significa poter indicare un punto e dire consapevolmente “io sono qui”, oppure “qui fa molto freddo” o “qui stanno combattendo una guerra”…, significa poter esclamare “quanto è grande la Russia!” o chiedersi “perché non trovo il Kurdistan?” e andare  a cercare la risposta su internet…

Conoscere la geografia è conoscere la scena del mondo in cui viviamo, evitare osservazioni insensate e –soprattutto- smettere di credersi l’ombelico del mondo e di misurare i problemi con il metro del nostro cortile.

John Fahey, il Ceo di National Geographic, l’ha definita così: «La conoscenza geografica e ciò che ci permette di legare persone, luoghi ed eventi: è così che diamo senso al mondo»; in altre parole la capacità di “unire i puntini” per capire il disegno di cui facciamo parte. E no, non è poco.

venerdì 6 luglio 2018

"CREARE" LAVORO?


Che la mancanza di lavoro sia uno dei problemi più scottanti di questo periodo non è una novità. Se vogliamo che il nostro tasso di occupazione sia comparabile a quello medio degli altri Paesi avanzati dobbiamo creare nuovi posti di lavoro ed è quello che -ad ogni tornata elettorale- tutti i partiti promettono di fare, guardandosi bene dall'indicare come intendono farlo.
Mi sono allora chiesto: ma come si fa a “creare” lavoro?
C’è qualche formula magica che abbiamo dimenticato? Perché in alcuni paesi il lavoro c’è e in altri no? Perché e come si sposta il lavoro nel mondo? E’ possibile fare in modo che il lavoro si sposti dove siamo noi o (come è stato per secoli ed è ancora per molti) bisogna accettare l’idea che siamo noi a doverci spostare dove c’è il lavoro?

Sarò probabilmente banale, ma penso che il lavoro si “crea” solo quando qualcuno è disposto a (e può) pagare qualcun altro per avere in cambio beni o servizi che prima comprava altrove o che non comprava affatto.
Assumere personale che non produce beni e servizi vendibili e competitivi (o valorizzabili in migliore efficienza) non è creare lavoro, ma aumentare la spesa.
Investire in opere pubbliche per “far ripartire il paese” è una ricetta che poteva andar bene nei ’50-’60 quando contemporaneamente la produttività era alta e i redditi crescevano, oggi è un serpente che si morde la coda: l’investimento necessario alzerebbe ulteriormente il debito e con esso gli interessi per finanziarlo in misura prevedibilmente maggiore del beneficio atteso. Anche il mantra “far ripartire i consumi” appare attuale e significativo quanto “auguri e figli maschi”… come possono ripartire i consumi se i redditi sono bassi e se la maggior parte delle cose che consumiamo ci arriva a costi imbattibili da quella parte di mondo che le produce al nostro posto?
Le condizioni del lavoro e le norme che lo regolano sono certamente importanti ed eticamente discriminanti, ma è così prioritario discettare di stabilità e garanzie (per pochi e tutelati) quando il lavoro non c’è per molti (e soprattutto non c’è per i giovani)?
Ovviamente non ho ricette magiche per rompere l’incantesimo recessivo e “far ripartire il paese” (volentieri le metterei a disposizione del mago di turno!), ma sospetto che non ce l’abbiano neppure quelli che -per mestiere- dovrebbero averle…

Temo due cose:
1) che quanto il buon senso suggerirebbe di fare: selezionare gli ambiti di produzione in cui possiamo ragionevolmente essere competitivi, contenere i costi, stimolare l’autoimprenditoria (PMI) sfoltendo gli adempimenti infiniti e paralizzanti, tagliare i privilegi (non solo quelli spettacolari di pochi, ma anche quelli non spettacolari di molti) non sia molto appetibile per chi è perennemente in cerca di consenso e quindi si finisca per non fare nemmeno quel poco che si potrebbe;
2) che nessun politico avrà mai l’umiltà –meglio il realismo!- di ammettere che tornare ai livelli di produttività, di benessere, di occupazione, di consumi (e di anche di cazzeggio) che ci siamo potuti permettere per diversi decenni (di cui qualcuno di troppo) semplicemente non è possibile. Non è questione di “crisi”, è questione di una diversa distribuzione del lavoro e della ricchezza nel mondo, di diversi equilibri non più reversibili.
Spero che il realismo alla fine la spunti sulla demagogia e –aprendo gli occhi sulla situazione come è e non come vorremmo che fosse- ci giochiamo seriamente le carte che abbiamo (e non sono poche) smettendola di rimpiangere le carte che avevamo e che non abbiamo più.

Sapere da dove si parte non risolve i problemi, ma è condizione indispensabile per affrontarli con concretezza e determinazione.
Chi ha visto il bellissimo film “Pane e cioccolata” (1973) di Franco Brusati, non può non ricordare il discorso che Giovanni Garofoli, emigrato italiano in svizzera interpretato da Nino Manfredi, fa agli altri immigrati nelle baracche in cui vivono: “Non siamo venuti qua per bisogno, perché -grazie a Dio- a casa di bisogno ce ne abbiamo tanto”.
Ecco: quella generazione di immigrati –senza nascondersi la povertà da cui partiva- è stata capace di costruire la brillante economia del dopoguerra che ha dato lavoro ai nostri genitori e di cui noi godiamo ancora i benefici.
Non sentiamoci nobili decaduti defraudati di diritti che consideravamo irreversibili; sentiamoci figli fortunati che hanno fatto un bel tratto in discesa e a cui ora tocca pedalare perché è ricominciata la salita. (E non è detto che sia una brutta notizia).



venerdì 15 giugno 2018

PADRI

Ogni anno più di duecentomila giovani italiani vanno all’estero a cercare un lavoro migliore di quello che potrebbero (forse) trovare in Italia. Sono duecentomila migranti economici e tra loro ci sono due dei miei figli che, dunque, si sono comportati esattamente come i giovani senegalesi o nigeriani che vengono in Italia a cercare un lavoro migliore di quello che potrebbero (forse) trovare nel loro paese.
I miei figli hanno potuto affrontare le difficoltà e la solitudine senza correre rischi seri: non hanno dovuto attraversare deserti, pagare scafisti, nascondersi per evitare di essere arrestati. Hanno preso un aereo con un passaporto in tasca e hanno avuto la possibilità di trovare un lavoro “in regola” nei paesi in cui sono andati. Ovviamente hanno dovuto dimostrare di meritare il lavoro che volevano e accettarlo alle condizioni che il mercato offriva, ma nessuno li ha costretti a cercarsi un caporale e pagare il pizzo, nessuno li ha ricattati perché stranieri o criminalizzati perché rubavano il lavoro ad altri. Per fortuna non hanno incontrato ministri convinti di scrivere la storia comportandosi da bulli di periferia, né leggi impossibili da rispettare fatte solo per spingerti verso l’illegalità.
Mi dispiace un po’ non averli vicini, ma non sono preoccupato per loro e sono contento che possano costruire la loro vita nel modo che hanno scelto.
Sono molto più fortunato di tanti papà senegalesi o nigeriani che aspettano una telefonata per sapere se i loro figli ce la stanno facendo.

martedì 12 giugno 2018

ALZARE LA VOCE PAGA ?




Alzare la voce paga” solo fino a che non incontri qualcuno che ha la voce più forte di te.
Alzare la voce è la strategia dei bulli, quelli che oggi si vantano di aver vinto con i deboli e domani -con i forti- invocheranno i diritti che con arroganza hanno violato.
Non è bravo chi risolve i problemi alzando la voce, è bravo chi li risolve trovando un criterio condiviso, senza fare a spallate, a chi urla di più, a chi ce l’ha più duro.
Alzare la voce non ha mai risolto nulla, educato nessuno, costruito alcunché.

Alzare la voce è sintomo di debolezza e di incapacità.













domenica 3 giugno 2018

SENZA PAROLE SIAMO PIU' POVERI E PIU' SOLI

Se c’è qualcosa che mi preoccupa ancora di più degli orientamenti politici che si vanno affermando è la progressiva e inarrestabile perdita di significato delle parole.
Se posso fare un’affermazione con un significato univoco e primario (“voglio”, “rifiuto”, “concordo”, “dissento”…) e poco dopo affermare il contrario senza sentire il bisogno di rendere conto (a me stesso innanzitutto!) del contrasto inconciliabile tra le due, significa che le parole non “significano” più il concetto a cui rimandano, hanno solo una funzione emozionale che dura appena il tempo di pronunciarle e nulla più. Non rimandano più a niente, non c’è più un piano di significato di cui esse sono il segno. Suoni inutili e ambigui che non servono più a nulla.
E senza parole del cui significato possiamo fidarci non c’è modo di elaborare un pensiero complesso, di spiegarsi, di comunicare compiutamente. Senza parole “sicure” diventiamo progressivamente più poveri e più soli, e non basterà una tornata elettorale per restituire loro senso e funzione. Stiamo dilapidando un capitale prezioso. Che tristezza.

mercoledì 22 novembre 2017

RISCHIARE


Due cose danno la misura di quanto siamo veramente adulti: la capacità di essere responsabili e quella di saper correre rischi. Due capacità preziose che tutti apprezziamo e ammiriamo come tratti distintivi di valore.
Sono capacità che non si possono insegnare formalmente, possiamo solo apprenderle con un faticoso tirocinio di cui la vita non manca di darci l’opportunità; sono alla base della fiducia nel lavoro e nelle relazioni personali, tutti vorremmo avere a fianco qualcuno davvero responsabile e capace di assumersi il rischio di agire!
Insomma due qualità di “rango”, connesse tra loro e da sempre celebrate come segno di maturità e coraggio. Eppure.



Eppure ci muoviamo esattamente in senso contrario. Ci industriamo in tutti i modi per evitare di correre rischi e di assumerci responsabilità. Stipuliamo polizze che ci tutelino in ogni circostanza, evitiamo accuratamente di esporci, siamo abilissimi nel girarci dall’altra parte e maghi del “ma anche”. La responsabilità poi -si sa- è sempre condivisa, corale, diffusa, diluita… praticamente impossibile dire di chi è. Il paradosso è che -così facendo- siamo intimamente persuasi di essere molto furbi, convinti che il massimo della sagacia consista nel riuscire a guadagnare una sorta di invisibilità di fronte alle possibili avversità della vita.

Viviamo -per così dire- a motore spento, senza fare rumore,  andiamo alla grande in discesa ma ci areniamo in salita, ovviamente addossandone la colpa chi non ha il coraggio di assumersi responsabilità e rischi. Il fatto è che la vita -quella vera- non funziona così, non è mai tutta in discesa e la posta in gioco non è l’invisibilità. Non è possibile evitare di correre rischi e assumersi responsabilità, o meglio lo è (quasi) ma solo al prezzo di essere inutili e di scaricare su altri le conseguenze delle responsabilità che rifiutiamo di prenderci.

Non esiste potere senza responsabilità e non esiste decisione senza rischio, chi ci vuole convincere del contrario è un venditore di pentole. Le cose più belle e importanti della vita le facciamo quando accettiamo la responsabilità e il rischio, il resto è volume.



martedì 31 ottobre 2017

AMO LA GEOGRAFIA


La geografia è da sempre la materia che amo di più, l’unica in grado di dirmi “tu sei qui.
Considero il planisfero la vera planimetria di casa mia, i metri quadri dell’appartamento che abito sono solo la minuscola porzione di planisfero che sto occupando. La mia vera casa è grande centocinquanta milioni di chilometri quadrati e ci abitiamo in sette miliardi. Come si fa a non essere curiosi?
E’ la geografia a darmi informazioni sulla stanza accanto, sul paese accanto, sul continente accanto e come potrei capire me stesso senza capire dove e come vivono gli altri, senza poter fare confronti, cogliere analogie e differenze? Ho bisogno di sapere come si vive dove fa molto caldo o molto freddo, dove e perché ci sono persone che fanno la fame e si spostano per sopravvivere, e voglio anche capire perché si spostano là e non qua.
Altro che un noioso elenco di monti, fiumi, confini! Geografia è sapere come è fatto il mondo, è conoscere il nome di luoghi e città, è immaginare di andarci, è voglia di incontrare gente, di conoscere per conoscersi. Geografia è dare le giuste proporzioni ai concetti di “vicino” e “lontano”, di “grande” e “piccolo”, è rendersi conto che non siamo il centro del mondo perché il mondo un centro non ce l’ha, è il fondamento del rispetto della diversità degli altri perché inevitabilmente ognuno è il “diverso” di  qualcun altro.
Passerei ore davanti al planisfero per scoprire zone nuove e nomi nuovi, per chiedermi come sarà quella città o quella regione e per agganciare a quella mappa i ricordi dei luoghi in cui sono stato o in cui ho vissuto e i volti degli amici che so essere ora qui, lì, lassù, laggiù...
Sarò forse eccessivamente ottimista, ma sono convinto che se conoscessimo meglio dove e come la gente vive, capiremmo meglio quello che succede nel mondo e saremmo molto più cauti nel tracciare le numerose frontiere mentali che ci ingabbiano la mente. La smetteremmo di pensare che al di là dell’orizzonte che conosciamo si estende una generica area ignota ed ostile (gli antichi scrivevano sulle mappe “hic sunt leones) per cominciare finalmente a dare un nome alle cose e alle persone, come giustamente pretendiamo che gli altri facciano con noi.
Non mi sono mai pentito dei soldi spesi per viaggiare, nel mio bilancio li segno nella colonna investimenti.


sabato 19 novembre 2016

NON SIAMO ORIGINALI QUANTO CREDIAMO

Jules Isaac scrisse -nel 1942- “Gli Oligarchi”, in cui racconta come nell’Atene della fine del quinto secolo a.C. gli aristocratici presero il potere e fecero a pezzi la democrazia. Dal 435 a.C. al 403 a.C., durante la guerra tra Sparta e Atene, gran parte degli intellettuali criticavano incessantemente i meccanismi della democrazia e comici come Aristofane, “preoccupati più di divertire che di riformare”, mettevano in ridicolo Socrate, indebolendolo agli occhi del popolo.
Gl
i oligarchi favorirono la guerra che mise a dura prova la vita, le risorse, il discernimento degli ateniesi.
I tribunali divennero un’arma per delegittimare gli avversari politici e non si arrivava più a distinguere gli innocenti dai colpevoli. Spossato dalla guerra il popolo ateniese si affidò agli oligarchi, nella speranza che si creasse un’epoca migliore, almeno pacifica, ordinata, senza lo spettro della fame. Ma al posto della rigenerazione si ebbe il terrore, al posto della giustizia l’arbitrio e al posto della pace una guerra civile e l’occupazione militare straniera. Gli immigrati, i meteci, vennero imprigionati, cacciati, uccisi. Scrisse Platone: “si giunse a rimpiangere in poco tempo l’antico ordine di cose come un’età dell’oro”.


Non mi azzardo a disegnare parallelismi fantasiosi, ma a me sembra che gli ingredienti della storia siano sempre gli stessi, un po’ come quelle interminabili serie televisive in cui gli episodi si assomigliano tutti, si ripetono i medesimi schemi e ogni personaggio interpreta solo se stesso.
Passano i secoli e finiamo per ripeterci stucchevolmente, convinti ogni volta di essere originali e sicuri che il finale sarà diverso.  O qualcuno si inventa qualcosa di veramente nuovo o almeno smettiamola di crederci geniali e cerchiamo di replicare le puntate migliori della fiction.

sabato 8 ottobre 2016

HOMO HOMINI LUPUS

Thomas Hobbes sosteneva che la natura umana è fondamentalmente egoista e risponde solo agli istinti di sopravvivenza e di sopraffazione (il famoso “homo homini lupus”) e che quando gli uomini si legano tra loro in amicizie o società decidendo di regolare i loro rapporti con le leggi, non lo fanno per amore ma solo per paura reciproca e per convenienza.

Deve essere stato per questo che il 28 luglio 1951, a Ginevra, i membri delle Nazioni Unite hanno deciso che se qualcuno è cittadino di uno Stato in cui è “perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche” ha il diritto di chiedere accoglienza e protezione ad un altro Stato.
Non c’è bisogno di scomodare la solidarietà e forse neppure di giustizia, possono bastare la paura e la convenienza: oggi tocca a te, domani può toccare a me. Chi può sapere chi si troverà a dover chiedere accoglienza e protezione in futuro? Chi può essere sicuro di non ritrovarsi fra qualche tempo a parti invertite?


Ma l’avidità e l’interesse politico passano sopra a tutto e la ricca ed evoluta Europa arriva a barattare aiuti economici e strategici con le vite di coloro che la Convenzione di Ginevra imporrebbe di tutelare. Prima il criminale accordo con Erdogan dello scorso marzo ed ora -ancor più criminale- quello con il governo dell’Afghanistan che prevede per migliaia di persone il rimpatrio forzato in un paese in guerra, in cui è dimostrata una persecuzione su base etnica.
Se non siamo più in grado di rispettare neppure le norme che ci siamo dati per convenienza reciproca, a quale criterio potrà mai ispirarsi la convivenza civile?


Lupi contro lupi: vince sempre il più forte, ma non è detto che il più forte sia sempre lo stesso.


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http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/517500/Accordo-Afganistan-Ue-sui-rimpatri-Un-pericoloso-precedente



mercoledì 14 settembre 2016

NON DIPENDE DALLE CARTE











Ognuno si sceglie i suoi miti. Uno dei miei è Alex Zanardi.

Alex non è uno che ce l'ha fatta: è uno che ce l'aveva fatta, ha perso tutto e ha saputo ricominciare -senza compiangersi- fino a tornare in vetta. Sempre con il sorriso imbattibile di chi ha capito che la partita non dipende dalle carte che hai, ma dal sapersele giocare senza frignare.


Domani sono quindici anni esatti dall'incidente del Lausitzring: la medaglia d'oro di oggi è la prova che si può sempre essere più forti di quello che ci succede.


Alex è il paradigma della vita come andrebbe vissuta.




giovedì 11 agosto 2016

RECIPROCAMENTE


Siamo proprio sicuri che quello che a noi sembra bello, buono, elegante, giusto, gustoso, ammirevole e profumato lo sia o debba esserlo per tutti?
Siamo proprio sicuri che i nostri gusti, le nostre convinzioni, le nostre forme espressive e le nostre priorità siano quanto di più avanzato e illuminato la storia dell’umanità abbia mai concepito e prodotto?
Se qualcuno è proprio sicuro che le cose stiano così, faccia pure e giudichi pure il mondo dal suo punto di vista, ma tenga conto che la stessa identica e simmetrica certezza sarà presente anche tra coloro che hanno gusti, convinzioni, forme espressive e priorità diverse dalle sue. Anche tra chi esprime culture diverse ci sarà chi ritiene il suo punto di vista il più avanzato e illuminato che la storia dell’umanità abbia mai concepito e prodotto.
Inoltre le culture diverse non sono certo solo due e i “pacchetti” culturali cambiano continuamente, si ibridano nel tempo, si condizionano reciprocamente molto più di quanto non si creda. Le culture sono fluide e definirne i confini con nettezza è come voler tagliare la minestra col coltello.
Se c’è un principio di cui sono sicuro è quello della reciprocità: se tu sembri strano a me, probabilmente io sembro strano a te e se ho il diritto di non essere obbligato a cambiare la mia convinzione e a poterla esprimere senza essere giudicato, discriminato o irriso, il prezzo di questo diritto sarà necessariamente quello di riconoscerlo simmetricamente all’altro senza giudicarlo, discriminarlo o irriderlo.
Che tra un piatto di spaghetti all’amatriciana e uno spiedino di larve di palma io preferisca il primo, ma arrivi a capire che c’è chi possa preferire il secondo non è poi così difficile: finché si tratta di gusti e convinzioni relative all’alimentazione, all’abbigliamento o all’arredamento non ci costa troppo accettare il principio della reciprocità del diritto (purché nessuno mi obblighi a mangiare larve, a indossare un turbante o a dormire su una stuoia), ma quando il principio della reciprocità del diritto tocca questioni più delicate e complesse come l’autodeterminazione del singolo, i rapporti familiari e sociali, il sesso, la percezione del corpo, il rapporto con il denaro o la privacy dei sentimenti non ci accontentiamo più di avere il diritto di pensarla come la pensiamo: ci sovviene la “certezza” di essere i più avanzati e illuminati che la storia dell’umanità abbia mai concepito e prodotto e pretendiamo che gli altri lo riconoscano (dimenticando ovviamente che anche gli “altri” stanno facendo esattamente lo stesso ragionamento…).
Detto questo, mi fa molto piacere vedere che una ragazza tedesca e una ragazza egiziana provenienti da contesti e culture diverse, giochino in Brasile la stessa partita, nella stessa olimpiade, con le stesse regole: mi fa sperare che -malgrado tutte le differenze- il minimo comune multiplo tra le culture sia comunque un ricco patrimonio da condividere e da godere insieme.

P.S. - Prima che qualcuno lo dica: no, questo non è il trionfo della relatività, nessuno mi chiede di credere “relativamente” alle cose in cui credo, o di essere solo “relativamente” convinto delle mie convinzioni. Ho il diritto di esserne convinto in modo “assoluto” e anche il diritto di comportarmi conseguentemente (ovviamente nei limiti delle leggi del posto in cui vivo, nell’epoca in cui vivo). Quello che non posso pretendere è che chi non la pensa come me sia necessariamente o stupido o in mala fede (anche perché lui avrebbe il diritto di pensarlo di me).



venerdì 1 luglio 2016

GENITORI E FIGLI. My two cents.




Penso che una delle cose più importanti per “essere” e “fare” bene la mamma o il papà sia distinguere la funzione dalla relazione.
La funzione di genitore varia, dipende dalle circostanze e dalle esigenze specifiche di ognuno, è più intensa nei primi anni di vita, si modifica con il passare degli anni, successivamente diminuisce e infine -gradualmente- termina.
Anche la relazione tra genitore e figlio si modifica nel tempo, conosce momenti più e meno intensi, forme diverse per esprimersi, ma -se sana e “fluida”- non termina mai, diventa una relazione tra adulti arricchita dall’affetto reciproco, unico nel suo genere, che di solito la caratterizza.
Per un certo numero di anni le due componenti (funzione genitoriale e relazione d’affetto) convivono, si intrecciano, si sovrappongono, si alimentano e a volte si intralciano a vicenda. Mano a mano che la funzione inizia diminuire, diventa sempre più importante riuscire tenere distinte le due componenti: se restano intrecciate l’una uccide l’altra.
Da parte del genitore, l’incapacità di smettere di esercitare una funzione non più necessaria o richiesta rivela la paura che venendo meno la funzione verrà meno anche la relazione; è vero invece piuttosto il contrario: sarà proprio l’“eccesso” di funzione genitoriale a danneggiare la relazione d’affetto, finendo per soffocarla.
Da parte del figlio, l’incapacità di prendersi gradualmente la responsabilità delle proprie scelte finisce per spingerlo a continuare ad esigere dal genitore l’esercizio della funzione di garanzia, rinunciando ad esercitare quell’autonomia decisionale, assumendone le conseguenze, che sola può condurlo allo stato di adulto e a salvaguardare –da adulto- la relazione d’affetto.
Le modalità per passare dall’esercizio delle funzioni genitoriali alla rinuncia ad esercitarle possono essere estremamente variabili e variamente graduate, purché si faccia strada con sempre maggiore lucidità la sostanziale differenza tra l’essere genitore e svolgerne le funzioni.

lunedì 27 giugno 2016

DEMOCRAZIA DIRETTA? ANCHE NO.

So che va di moda il contrario, ma -a costo di sembrare blasfemo- vorrei dire che a me la democrazia diretta non piace per niente.

Non mi sembra una conquista, anzi.

Il referendum consente agli elettori di pronunciarsi senza alcun intermediario su un tema specifico in forma secca e polarizzata: si o no. La democrazia diretta non solo esclude ogni delega rappresentativa, ma -con essa-  esclude la possibilità stessa di ogni mediazione. Quale che sia la complessità del problema esso deve necessariamente essere ridotto ad un si o ad un no.

Ecco, appunto, io invece l’intermediario lo voglio: ne ho bisogno perché le mie competenze sono (assai) ridotte e perché mediare le soluzioni ai problemi politici è un lavoro impegnativo e non è il mio.

L’intermediazione serve proprio a far sì che la competenza nel merito e la capacità di mediazione svolgano la loro funzione. So bene che ogni intermediazione e ogni delega comporta rischi e può essere insoddisfacente (sia sul versante della competenza che su quello della mediazione), ma se una funzione è difettosa va ridefinita, non annullata. Se il medico che mi cura non mi dà fiducia cambio medico, non faccio decidere al condominio la mia diagnosi e la mia terapia.

La  scelta migliore non è garantita dal numero dei consensi, ma dalla competenza nel merito e dalla capacità di mediazione fra le diverse prospettive. E poi davvero tutte le scelte si possono ridurre ad un si o ad un no? E se il numero dei consensi fosse garanzia di una buona scelta, perché allora non far decidere a un referendum se l’imputato in un processo è colpevole o innocente, o quale intervento chirurgico sia il migliore per un malato o a chi far guidare l’aereo su cui si sta per partire?

Se una questione è complessa, complessa deve essere la risposta e una risposta complessa esige competenze, approfondimenti, tempi per le necessarie mediazioni.

Senza competenza e mediazione le scelte saranno inevitabilmente figlie della paura e della rabbia, cioè dei due sentimenti più facili da condizionare.

La condizionabilità è inversamente proporzionale alla competenza. Le persone non competenti nel merito sceglieranno necessariamente in base a simpatie/antipatie o a convinzioni superficiali indotte e la loro influenzabilità  favorirà chi ha maggiori strumenti e mezzi economici per guidare il condizionamento.

Sono anch’io -senza riserve- per la partecipazione attiva e diretta dei cittadini alla vita politica e alla costruzione del consenso sulle scelte, ma non credo affatto che maggiore partecipazione significhi decidere tutti su tutto a colpi di si e di no; partecipazione è aumentare il livello di consapevolezza di un numero sempre maggiore di persone, comprendere la complessità delle questioni e valorizzare le competenze di ognuno. Altrimenti è come giocare alla roulette russa.

sabato 11 giugno 2016

SOGNARE E GOVERNARE


In campagna elettorale si gioca a chi il sogno ce l'ha più grande.
Governare significa invece mediare quotidianamente fra interessi divergenti anche se legittimi; tutelare i più deboli senza demonizzare gli altri; essere capaci di comporre e non acuire i conflitti sociali.
Governare significa affrontare la complessità e accettare il prezzo delle inevitabili approssimazioni senza cedere alla tentazione di semplificarla in contrapposizioni banali e inutili.
Governare è tutta un'altra storia.

sabato 14 maggio 2016

NULLA DI NUOVO?





Sfoglio le prime pagine dei giornali:

-      a Roma i candidati sindaco si sono ridotti a quattro;

-      lo “staff di Grillo” sospende il sindaco di Parma;

-      gli afghani fermati a Bari vengono rilasciati perché non erano terroristi;

-      a Cannes, come ogni maggio da settant’anni, srotolano il tappeto rosso in attesa di capolavori veri o presunti.

Sembro troppo vecchio e cinico se dico che non ci trovo nulla di nuovo? Che mi sembrano vecchi fotogrammi di film già visti?

A Bagdad tre autobombe dell'Isis hanno ucciso almeno 90 persone e ne hanno ferite gravemente 140, ma siamo lontanissimi da Parigi e scrivere “Je suis Bagdad” suonerebbe scontato e polemico.

Vorrei assistere a sfide nuove di grande respiro, invidiare gioventù che rincorre ideali esagerati e progetti improbabili; vorrei vedere giovani che non si sentano già vecchi piuttosto che anziani che fingono di essere giovani.

Mi viene il sospetto che quando si dice che l’Europa è un continente vecchio non sia solo una questione demografica, ma si tratti di una sorta stanchezza culturale, di rifiuto del rischio, di coazione a ripetere schemi già percorsi.

I sintomi della fine degli imperi sono ben noti: proliferazione della burocrazia, autocelebrazione compiaciuta, sazietà fisica e morale, crisi demografica… forse nella Roma nel quinto secolo passavano troppo tempo a discutere sugli ultimi modelli di biga e a rimpiangere i bei tempi andati per accorgersi che i “barbari” erano giovani, forti e pieni di vita….

lunedì 9 maggio 2016

LA REGOLA DEL GIOCO


“Arduino si rese conto che ricordava solo una parte degli ottantuno anni che aveva vissuto, una piccola parte (e non era affatto sicuro di ricordarsela bene).
E
... il resto? Tutte quelle giornate, i mesi, gli anni che erano passati senza lasciare un segno? Se non li ricordava lui che li aveva vissuti, di certo non li avrebbe ricordati nessun altro. E quando lui sarebbe morto, anche i suoi ricordi sarebbero scomparsi.

E cosa ne è di ciò che nessuno ormai ricorda più? Come per tutti, dopo aver ingoiato innumerevoli storie, sentimenti un tempo appassionati e pulsanti, ricordi intensi e speranze incompiute, l’oblìo avrebbe presto risucchiato anche la sua vita, senza lasciare residui.
Questa consapevolezza, tuttavia, gli apparve naturale e saggia e non gli procurò né ansia, né sofferenza.


La sua vita, i suoi sentimenti, i suoi ricordi valevano dunque esattamente quello che per lui avevano significato: il fatto che ben presto sarebbero stati dimenticati nulla toglieva al loro valore, né impoveriva lui in alcun modo. Così era: senza residui.
Perché considerare la consapevolezza delle regole del gioco una cattiva notizia?”



domenica 8 maggio 2016

FESTA DELLA MAMMA


La mia è già un po’ che non c’è più, e allora (sono sicuro che non sarà gelosa) ne ho scelta un’altra per farle gli auguri.

Ho scelto questa
...mamma senza nome, su una strada senza meta.

Voglio augurarle di incontrare persone che non si nascondano dietro le parole e non abbiano paura di aprirle la porta e le braccia.


Voglio augurarle di trovare un posto sicuro dove crescere suo figlio, dove invecchiare lentamente e raccontargli mille volte la storia di quell’inverno sulle montagne.


Voglio augurarle di avere fortuna pari alla metà del suo coraggio: basterà.



mercoledì 30 marzo 2016

DIMENSIONE PARALLELA



La prima domanda allo sportello è stata: “è la prima volta?” e “si”, per me era la prima volta.
E dopo un paio d’ore di attesa, discorsi surreali che ho ascoltato anche se non avrei voluto, richieste del tipo “lei chi è per lui?”, “attenda allo sportello 5 per il controllo biometrico”, “questo è il suo numero di identificazione: non lo dimentichi”… la moto lasciata per strada e il mondo quotidiano mi sono sembrati lontanissimi e -a quel punto- mi è apparso normale anche lo “svuoti le tasche nell’armadietto e ci metta anche la cinta e la cravatta”, e “digiti qui il suo codice e inserisca la mano per il riconoscimento”. Poi il portone di ferro, le feritoie con il vetro spesso e verdastro e, alla fine, la sala colloqui richiusa con la chiave da venti centimetri presa in prestito da un film americano.
Una mattinata in carcere per riabbracciare finalmente un ragazzo di poco più di vent’anni partito dall’Afghanistan per sfuggire ai talebani e rinchiuso ora in carcere a Roma per un reato che non ha neppure capito in cosa consista e costretto ad essere chiamato con un nome che non è il suo.
Gli hanno rubato l’identità, la libertà e lo trattano come un criminale, però gli danno da mangiare e il pomeriggio può anche giocare un po’ a pallone: io l’avrei presa molto peggio. Lui è più saggio: considera quanto gli accade solo un incidente di percorso e continua ad aspettare quella vita migliore che la forza dei suoi ventitré anni gli fa considerare certa e imminente.
Abbiamo anche parlato di avvocati, istanze, sentenze e ricorsi, ma il suo modo di reagire mi ha convinto che la vita in carcere è una sorta di dimensione parallela in cui il tempo è sospeso e la realtà esterna appare più o meno come una fiction di media qualità, in cui le cose accadono ma poi -spento il telecomando- la situazione rimane immutata.
Gli ho chiesto se desiderava o aveva bisogno di qualcosa. Vorrebbe un po’ di semi di zucca: “bruscolini” li chiamiamo a Roma e mi è sembrata una inconsapevole metafora.